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Il piano “bad bank” divide il governo Padoan sì, Gozi no

Tra smentite, battute «per creare consenso intorno alla proposta» (dice un banchiere), cambi di schema, la “bad bank all’italiana” lentamente avanza. Non si sa quando né come vedrà la luce, ma gli ultimi incontri tra tecnici di Tesoro, di Eurostat, di Bankitalia delineano una manovra a tenaglia. Da un lato il veicolo, in cui alcuni istituti dovrebbero conferire crediti in sofferenza per una cinquantina di miliardi, e che la mano pubblica parteciperebbe in due modi: nel capitale con una quota minore – così non entra nel debito pubblico – per qualche miliardo, e un’altra decina di miliardi in garanzie sulle cartolarizzazioni. A latere, norme che potenzino gli effetti della ripulitura dei vecchi crediti di alcune banche, per fare spazio ai nuovi. Qui il governo ne ha almeno due in mente: la deducibilità fiscale delle perdite su crediti in un solo anno (oggi sono cinque, unicum europeo: ma fino al 2013 l’ammortamento durava 18 anni) e un più rapido recupero delle garanzie su crediti in mora, dove la media di sette anni fa dell’Italia un paese tra i più lenti al mondo. Questo percorso però ha tanti di quegli ostacoli che potrebbe fermarsi o cambiare rotta. Come il placet di Bruxelles, senza cui scattano gli aiuti di Stato e il relativo bail inche imputa a soci e obbligazionisti il costo dei salvataggi. O il ruolo della potente vigilanza unica, che da tre mesi controlla le banche italiane senza sconti, neanche un euro. O la tempistica, per i rischi che la misura sia pronta solo quando il peggio sarà passato, quindi inutile. Non bastasse, è in corso nel governo una disputa tecnico-politica: chi sarà a pagare le perdite del veicolo, l’erario o la Bce? Dipende da che tipo di bad bank si farà. La prima idea di lavoro, nata da uno studio Astrid, ipotizzava il conferimento di crediti in bonis, che grazie alle garanzie statali sarebbero stati acquistabili dalla Bce nella prossima manovra espansiva (Qe). Rischio Bce dunque, il gigante monetario. Ma da qualche settimana quel rischio sembra trasferirsi da Francoforte a Roma. Se, infatti, la bad bank accoglierà solo sofferenze la sua redditività sarà bassa; e appena le perdite su crediti inesigibili supereranno i flussi in entrata, si trasformerebbe in debito pubblico. Del resto, non è strano che una bad bank perda soldi: vedi Spagna e Irlanda. Ieri il ministro del Tesoro, Padoan, ha detto: «Il governo sta esaminando misure per eliminare le sofferenze. Sotto la definizione bad bank si possono mettere diverse cose. Valutiamo soluzioni fortemente orientate al mercato con un ruolo pubblico limitato e rispettose della norma sugli aiuti di Stato». Anche il governatore Ignazio Visco, al Forex, aveva citato le soluzioni “di mercato”: un modo, anche, per ripararsi dalle accuse che l’opposizione politica ha già avviato sul tema. Per questo martedì il sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi ospite a Ballarò ha detto a Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia): «Ho una buona notizia per lei, non stiamo lavorando alla bad bank». Gli strali politici sono una certezza: specie dopo che Intesa Sanpaolo e Unicredit si sono tirate fuori dal progetto. «Un duro colpo per il governo – dicono tra i corridoi di Via XX Settembre – che intendeva vendere l’idea come soluzione di sistema, utile a tutte le banche per rilanciare l’economia». Le due uniche banche “di sistema”, invece, la bad bank se la sono fatte in casa, e già se ne vedono i risultati. E la soluzione del governo rischia d’essere un salvagente per malati bancari come Mps, Banca Etruria, Banca Marche, le venete non quotate e tutti gli altri controllati che non hanno certo dato lustro ai controllori.
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