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Il petrolio vola oltre i 70 dollari ma Big Oil non corre in Borsa

La ripresa dell’economia globale, in seguito alle riaperture generalizzate dopo il successo delle campagne vaccinali prima in Asia e poi nei paesi occidentali avanzati, spinge il prezzo del petrolio ai massimi. Ieri, sia il Wti (l’indice di riferimento del mercati statunitense), sia il Brent (l’indice del mercato del Mare del Nord a Londra) hanno toccato livelli che non vedevano da due anni a questa parte, superando rispettivamente i 70 e i 72 dollari al barile.Fin qui il dato di cronaca sui mercati finanziari, con il greggio che si allinea ai rincari speculativi che stanno interessando tutte le materie prime: dal 30 ottobre dell’anno scorso, il livello più basso delle quotazioni da un anno a questa parte, il prezzo al barile è salito del 95%. E alcuni analisti — gli ultimi in ordine di tempo quelli di Goldman Sachs — prevedono una risalita fino a quota 80 dollari.La corsa dei prezzi ha avuto, ovviamente, conseguenze positive anche per i titoli in Borsa delle big oil company. Ma solo in parte. Tanto che si può parlare di uno spread tra il prezzo del greggio e le quotazioni dei corsi azionari: mentre il petrolio, come abbiamo visto, ha raddoppiato il suo valore negli ultimi sette mesi, le società petrolifere — in particolare le major europee — sono ancora lontane da questi livelli. Dal 30 ottobre scorso, il recupero sui listini non è andato oltre il 50-60% dai minimi.Dalle società fanno notare come non sempre i due livelli di prezzi sono correlati, ma se si guardano i grafici di questi ultimi mesi i dati sono allineati. Quali sono le ragioni, allora, di questo differenziale? La risposta si chiama “transizione energetica”. Tutte le società petrolifere sanno che dovranno riconvertire la stragrande maggioranza delle loro attività da qui al 2050, quando le principali economie del mondo occidentale dovranno arrivare alla neutralità climatica e verranno abbandonati gli idrocarburi, tranne un uso limitato del gas naturale.Ragion per cui una parte degli investimenti verrà progressivamente dirottata verso le energie verdi, dalle rinnovabili, alla cattura della CO 2 , alla tecnologia dell’idrogeno. Ma gli investitori non sono ancora in grado di valutare quale sarà la ricaduta complessiva sui margini e i profitti delle società, se non per la parte che riguarda ancora gli investimenti negli idrocarburi. Che andranno via via a calare: l’Agenzia internazionale dell’energia, per voce del suo direttore Fatih Birol, ha proposto di fermare la ricerca di nuovi giacimenti già da quest’anno.Il progressivo declino degli idrocarburi ha conseguenze che non toccano solo le big oil company . Anche le casse dei principali Paesi produttori ne saranno colpite; non a caso, in tutta l’area del Golfo si stanno moltiplicando progetti verso la green economy, per i quali vengono utilizzate oggi le entrate da petrolio e gas, in modo da assicurarsi un domani l’indipendenza energetica.Ma in generale, tutti gli stati dovranno fare i conti con minori entrate. Secondo alcune stime il 2021 sarà l’ultimo anno “buono”, con i proventi fiscali che a livello globale dovrebbero sfiorare i mille miliardi di dollari: per la precisione 975 miliardi, archiviando così il crollo del 2020 (560 miliardi), causato dalla caduta della domanda in seguito alla pandemia.Lo si legge in un report degli analisti di Rystad Energy, una delle più autorevoli società indipendenti di ricerca energetica che ha sede a Oslo: gli analisti del think tank norvegese ritengono che già nel 2022 le entrate fiscali scenderanno a 830 miliardi, per poi attestarsi tra 800 e 900 miliardi fino al 2030. Salvo poi scendere progressivamente fino a 580 miliardi al 2040 e a 350 miliardi nel 2050.

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