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Il petrolio torna sopra 40 dollari

Il petrolio sale e le Borse scendono: una correlazione insolita almeno negli ultimi mesi, durante i quali le azioni e il barile sono andati pressoché a braccetto. Esiste però qualche attenuante per spiegare l’apparente inversione di tendenza di ieri. Per esempio il fatto che l’accelerazione del prezzo del greggio, che quando si tratta della qualità Brent è tornato sopra i 40 dollari per la prima volta in questo 2016, è avvenuta nel pomeriggio inoltrato e ha in effetti permesso ai listini d’Europa di risalire dai minimi toccati in precedenza (e a Wall Street di tornare positiva). Ma soprattutto c’è l’imminente riunione della Banca centrale europea (Bce) che ormai cattura l’attenzione (per l’Eurozona e non solo) e crea inevitabilmente tensione in entrambe le direzioni.
Così ieri non deve certo stupire se i listini del Vecchio Continente si sono presi una pausa di riflessione (la seconda consecutiva) dopo il sensibile recupero delle ultime due settimane, legato proprio al crescere delle aspettative nei confronti delle scelte sui tassi (e non solo) che Mario Draghi prenderanno giovedì prossimo a Francoforte. Nè stupisce che nel mirino siano finite di nuovo le banche, proprio perché la decisione relativa a un ulteriore taglio del rendimento sui depositi (minimo 10 centesimi, ma c’è chi punta anche a una sforbiciata di 20 centesimi fin da subito) va a impattare prima di tutto sulla redditività e sui bilanci degli stessi istituti di credito.
La cronaca del resto parla chiaro: Piazza Affari ha registrato la battuta d’arresto più significativa nel panorama europeo con un calo dell’1,2% (ma era arrivata anche a -2%) perché a frenarla sono stati soprattutto i titoli del comparto bancario, che da parte loro sono stati i più penalizzati d’Europa (-1,06% per l’indice Stoxx settoriale). Altrove si è riusciti a tamponare in modo migliore le perdite e a ridurle a qualche decimo dopo il balzo del petrolio e il recupero di Wall Street: Francoforte ha ceduto lo 0,46%, Parigi lo 0,32%, Madrid lo 0,27% e Londra lo 0,28 per cento.
Greggio e Bce restano dunque in tutto e per tutto i due temi centrali di queste giornate, in grado di mettere per il momento in secondo piano altre questioni e indicatori. Come per esempio il dato sulle riserve valutarie della Cina, che sono ridotte ai minimi da inizio 2012 a 3.200 miliardi di dollari, ma che a febbraio hanno subito deflussi inferiori alle attese (28,6 miliardi anziché i temuti 40 miliardi). Oppure gli ordini all’industria tedeschi, scesi a gennaio meno di quanto si prevedesse (-0,1%) o ancora l’indice Sentix della fiducia degli investitori europei che invece ha deluso le aspettative scivolando a 5,5 punti.
Tutto insomma è fermo, o quantomeno condizionato all’esito dell’incontro di dopodomani a Francoforte e al ventaglio (ampio) di decisioni all’interno delle quali il consiglio Bce potrà scegliere, illustrato in modo approfondito negli articoli della pagina a fianco. L’euro ha oscillato in una fascia ristretta poco al di sotto della soglia di 1,10 dollari e lo spread BTp-Bund è sì leggermente cresciuto a 124 punti base, ma più per una limatura del decennale tedesco (0,23%) che per reali vendite sui titoli italiani, il cui rendimento a 10 anni è rimasto all’1,46 per cento.
Ciò che aumenta è l’attesa e ovviamente la tensione generale, che come ieri può anche scaricarsi sulle banche e che in questi ultimi tempi tende anche a risvegliare il prezzo dell’oro, in rialzo pure ieri e ai massimi da un anno a questa parte a 1.265 dollari l’oncia. Così, mentre fioccano i report previsionali delle banche d’affari si moltiplicano anche gli studi che mettono in guardia dagli effetti collaterali che i tassi negativi esercitano sulle banche. Più in generale, nella mente di tutti gli investitori resta l’incidente di percorso dello scorso dicembre, quando Draghi e gli altri banchieri «delusero» sostanzialmente le enormi aspettative che essi stessi probabilmente avevano contribuito a creare con le proprie parole. Lette in questa chiave, le dichiarazioni con cui nel fine settimana la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha ricordato come fra gli operatori di mercato stia iniziando a vacillare per la prima volta la fiducia nei poteri curativi delle banche centrali non aiuta certo a distendere gli animi.

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