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Il petrolio sfonda quota 105 dollari, paura in Occidente, tonfo delle Borse

di Gabriele Dossena

MILANO — L’effetto Libia sul petrolio è stato immediato: le quotazioni del barile sono schizzate oltre 105 dollari, un livello che non si vedeva dal settembre 2008. Ma i venti di rivolta nel Nord Africa si sono fatti sentire anche sui mercati finanziari, condizionando le contrattazioni di tutte le Borse europee (Wall Street ieri è rimasta chiusa per festività), con Milano che ha pagato più di tutti. Quello che i tecnici chiamano «panic selling» degli investitori, ha fatto scivolare in profondo rosso il listino di Piazza Affari (-3,59%il Ftse Mib) trascinato dal crollo dei titoli maggiormente esposti con la Libia: Eni -5,12%; Unicredit -5,75%; Impregilo -6,12%; Finmeccanica -2,69%. E perfino la Juventus, partecipata da capitali libici ma certo non direttamente coinvolta nelle vicende dei mercati, ha finito per pagare: -3,34%. Nonostante non si siano ancora evidenziate ripercussioni negative sulle forniture (dalla Libia arriva il 23,3%del petrolio importato in Italia, pari a 16,4 milioni di tonnellate, per un valore stimato in 6,4 miliardi di euro nei primi dieci mesi del 2010), la situazione si è fatta particolarmente critica: secondo gli analisti, nella migliore delle ipotesi, c’è da aspettarsi una fase di «accentuata volatilità» dei prezzi. Tuttavia l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), organismo che controlla gli stock di sicurezza di petrolio dell’Ocse, è in «stato di allerta elevato» . Anche perché associa le proteste e le sommosse di Tripoli con possibili interruzioni delle consegne dall’area mediorientale e del Nord Africa. Gli esperti Aie hanno già fatto le prime stime: un giorno di stop dei rifornimenti di greggio libico è costato una riduzione dell’offerta di circa 50 mila barili. Va anche detto che l’Agenzia controlla stock d’emergenza per 1,6 miliardi di barili, ma li userebbe solo nel caso di un grave blocco dei rifornimenti (e non per pilotare o controllare i prezzi di mercato). Messi assieme i Paesi produttori di greggio dove si registrano tensioni sociali garantiscono ogni giorno circa 4 milioni di barili di petrolio. Mentre secondo l’Aie gli altri produttori Opec, il cartello degli esportatori di greggio, dispongono di un margine di aumento delle forniture da 5 milioni di barili al giorno. Ma è un margine che si starebbe assottigliando. Per Pasquale De Vita, presidente dell’Unione petrolifera, stiamo vivendo «momenti di grandissima turbolenza, ma dobbiamo guardare un po’ più in là; quello che sta accadendo è abbastanza preoccupante, ma abbiamo nella storia che l’ultima cosa che fa un Paese produttore è agire sulle forniture» . Cosa aspettarsi in un simile scenario? Nell’immediato, nuovi rincari di benzina e carburanti (già ieri si sono registrati nuovi aumenti, con la verde sopra 1,51 euro al litro e il gasolio oltre 1,4 euro), e per il futuro prossimo crescenti rischi di pressioni inflazionistiche e di conseguenti reazioni della Banca centrale europea, che potrebbe alzare i tassi di interesse. In un quadro che già in precedenza vedeva le pressioni inflazionistiche in aumento, indirettamente tutto questo potrebbe far aumentare le probabilità che la Bce decida di impartire una stretta sul costo del denaro. Intanto la crisi politica in Libia ha fatto perdere terreno ai Btp italiani: lo spread con il Bund tedesco si è allargato a 160 punti base.

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