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Il petrolio scende ai nuovi minimi

Il petrolio continua a perdere terreno e a correggere al ribasso i minimi da circa sei anni: il Brent ieri è sceso di circa il 2% stabilizzandosi attorno quota 46,5 dollari al barile, mentre il Wti, dopo essere sceso sotto i 45, si è riportato a un soffio dai 46 dollari. E le prospettive non appaiono favorevoli a una ripresa, anzi. L’offerta resta assai abbondante, la domanda debole e molti analisti – gli ultimi sono stati quelli di Goldman Sachs e di Société Générale – hanno rivisto le proprie previsioni sui prezzi del barile per questo e per il prossimo anno (si veda tabella a fianco). In particolare Goldman Sachs ha abbassato le stime a tre mesi sul Brent da 80 a 42 dollari al barile e quelle sul Wti da 70 a 41 dollari. E?la motivazione è stata: «Riteniamo che i prezzi debbano restare più bassi per un periodo più lungo, per ridurre gli investimenti nello shale oil (responsabile dell’attuale eccesso di offerta, ndr) fino a che il mercato non si sarà riequilibrato».
A minare la stabilità dei prezzi hanno contribuito anche le ultime notizie giunte dal fronte Opec – il potente cartello dei paesi esportatori – che ha confermato per l’ennesima volta la propria intenzione di non voler chiudere parzialmente i rubinetti e di voler lasciare che il mercato trovi da solo un equilibrio. Inoltre i big del cartello continuano a offrire greggio ai propri clienti con sconti sensibili al fine di mantenere intatte le proprie quote di mercato. L’Opec quindi non vuole ridurre l’output, e forse non può neanche farlo. Almeno per il ministro dell’Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail al-Mazrouei, secondo cui il cartello «non è più in grado di continuare a proteggere un determinato prezzo del petrolio. L’eccesso di offerta è arrivato principalmente dallo shale oil e ciò deve essere corretto». Al-Mazrouei – che ha escluso una nuova riunione del cartello dei produttori prima del vertice previsto per giugno – si è detto «preoccupato» per gli equilibri del mercato del petrolio, ma al tempo stesso ha ricordato che l’Opec «in nessun caso può essere l’unica parte responsabile» nel dare la direzione dei prezzi del barile: «Stiamo dicendo ai mercati e agli altri produttori di essere razionali, di comportarsi come l’Opec e guardare alla crescita nel mercato». In effetti la strategia dell’Opec – e soprattutto del suo leader, l’Arabia Saudita – è ridimensionare il ruolo dei produttori statunitensi di shale oil, conservando le proprie quote sul mercato americano. I loro costi di produzione infatti sono assai elevati e la loro attività con il barile sotto quota 50 dollari rischia di non risultare conveniente. Da ricordare invece che i grandi produttori del Golfo Persico vantano costi di estrazione e punti di pareggio assai più bassi. Una strategia quindi in teoria condivisibile (qualche produttore Usa infatti sta già chiudendo i battenti). Eppure, secondo i dati di Drilling Info, le concessioni di licenze per la trivellazione, dopo la brusca frenata di novembre, sono tornate a salire in dicembre.
Da notare inoltre che sempre dal fronte Opec, tra i paesi membri si stanno acuendo screzi e divisioni. È il caso dell’Iran, “nemico” storico dell’Arabia Saudita. Il presidente Hassan Rohani ieri ha ostentato sicurezza sul crollo del petrolio. «Ci danneggerà meno di altri», ha detto, incitando una folla stipata in uno stadio di Teheran. Ma al tempo stesso ha lanciato minacce contro coloro che avrebbero ordito un «complotto» per far cadere i prezzi, che da giugno si sono più che dimezzati. Complotti o no, la discesa dei prezzi – amplificata dalla speculazione – è da ricercare soprattutto nell’ampiezza dell’offerta. Un’ampiezza che ha consentito al mercato di ignorare i dati in arrivo dalla Cina (il secondo consumatore al mondo di petrolio), che in dicembre ha visto il proprio import salire al record di 7,15 milioni di barili al giorno.
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