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Il peso del fisco sui crediti deteriorati

Per una grande azienda manifatturiera, così come per una Pmi artigiana, ci sono i costi delle materie prime, che vengono regolarmente “scaricati” dalle tasse. Per le banche, invece, c’è il costo del rischio, e in particolare gli accantonamenti a copertura delle sofferenze: di fatto si tratta di una delle componenti più importanti per chi svolge l’attività di credito, che però – in Italia – è deducibile solo in un arco di tempo molto lungo: 18 anni. Anche così si spiega perché le banche italiane prima di concedere un prestito, oggi più che mai, siano straordinariamente caute (sanno che se diventerà una sofferenza ci vorrà un sacco di tempo per vedersi riconoscere il credito d’imposta) e perché basterebbe un lieve ritocco della norma per togliere uno dei freni più potenti al credito, e quindi alla ripresa.
Troppo semplice, si dirà, perché possa accadere. E infatti finora nessun intervento è stato fatto; anzi, in Italia si è agito in senso opposto, prolungando via via l’arco di tempo necessario per poter dedurre fiscalmente i crediti deteriorari: da un anno si è saliti prima a cinque, poi a nove e infine, era il 2005, a diciotto. Un peso sopportabile per le banche finché scoppiavano di salute, un po’ meno oggi che le sofferenze aumentano a vista d’occhio (72 miliardi a luglio quelle nette) e le banche si difendono con il deleveraging, la riduzione degli impieghi (1.875 miliardi a luglio, -3,04% su base annua) – che comunque restano superiori alla raccolta (1.730 miliardi).
Ora, però, qualcosa sembra muoversi. L’Abi, come confermato ieri dal presidente Antonio Patuelli nella sua lettera inviata a Il Sole 24 Ore, da tempo insiste nel porre il tema della deducibilità in cima alle priorità del sistema bancario (e di riflesso del sistema paese) e dopo aver incassato un estate l’assist del Fondo Monetario internazionale ma soprattutto la sponda del ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, sembra a un passo dal risultato: l’asse con il governo c’è, il sistema delle imprese appoggia e l’aspettativa comune è quella di introdurre una norma ad hoc nella Legge di Stabilità. Una norma «soft», come precisa il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, quando illustra la sua “battaglia”: sì, perché l’associazione delle banche, tiene a sottolineare il presidente, ha proposto di inserire la deducibilità solo relativamente ai crediti deteriorati derivanti da nuovi impieghi, e non a quelli generati dall’intero stock di non performing loans. In pratica: la norma non sarebbe retroattiva ma si applicherebbe solo alle eventuali perdite maturate sui nuovi impieghi, con un effetto sulle entrate fiscali, sempre che ci sia, differito nel tempo, visto che passano diversi anni prima che un nuovo credito possa eventualmente deteriorarsi.
«Sarebbe una spinta decisiva per allargare le maglie del credito», spiegava ieri un banchiere: «Per i conti degli istituti non ci sarebbero benefici immediati, ma sarebbe un segnale chiaro di una maturità del sistema». Sempre che si arrivi alla Legge di Stabilità, ovviamente, visto il clima di estrema incertezza politica. Ma nel caso si arrivasse al risultato, ragionava un altro banchiere, l’eliminazione di questa barriera, tutta italiana, sarebbe anche un modo per riportare l’interesse degli investitori esteri sul nostro mercato del credito: «L’inasprimento del Fisco li ha allontanati – ragiovana ieri un banchiere d’affari –, l’allineamento potrebbe riavvicinarli». Non un dettaglio, se si considera la nuova fase di riassetto che si prepara a vivere il settore.

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