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Il Pd si divide sulla riforma. Bersani chiede tempo a Monti

di Monica Guerzoni

ROMA — Sulla prima pagina del suo sito il professor Pietro Ichino la riassume così: «Di fronte al governo che ha deciso di procedere si rimuovono le barricate». Dopo anni di studi per riformare il mercato del lavoro il senatore è ottimista, ma il Pd è spaccato in due emisferi contrapposti e una mediazione sembra impossibile. La linea del governo o quella della Cgil? Fornero o Camusso? La sfida si gioca sulla carne viva del Pd, tra i partiti di maggioranza quello storicamente più sensibile alle ragioni dei lavoratori.
Quando Bersani dice «ora facciamoci il Natale e lasciamo stare l'articolo 18» traduce in pubblico quel che, in privato, ha già detto al premier e al ministro del Welfare. E cioè che il Pd, che ancora deve «digerire» le pensioni, non è pronto per parlare di licenziamenti. E che se il governo vuole proseguire il viaggio deve rinunciare alla tentazione di rivoluzionare il mercato del lavoro. Il problema è che una parte per nulla minoritaria del partito spinge per rompere il tabù. Al Corriere la Fornero ha detto «non ci sono totem» e come il ministro, con gradi diversi di adesione alle tesi di Ichino, la pensano Veltroni, Letta, Gentiloni, Morando, Verini, Follini, Renzi… Ma l'ala sinistra del partito e buona parte dei cattolici sono pronti a dar battaglia sulle orme della Camusso, per la quale l'articolo 18 è «una norma di civiltà» e il contratto unico «un nuovo apartheid». Il responsabile economico Stefano Fassina è categorico, la norma che limita i licenziamenti «non si tocca» e la priorità è riformare gli ammortizzatori sociali: «Il mercato del lavoro non rientra nelle emergenze. Perché intervenire ora su un punto sensibile, delicato e divisivo?». Prima di tutto per «superare il dualismo tragico tra chi ha tutte le tutele e chi non ne ha nessuna» sprona a far presto il senatore Enrico Morando, che sostiene con forza il modello Ichino. Ma il bersaniano Matteo Orfini chiede al segretario di «porre il veto» e si prepara a dare battaglia: «Se un pezzo di Pd vuole mettere in discussione le scelte fondative di un partito nato a difesa dei più deboli, il 20 gennaio presenti un ordine del giorno all'Assemblea nazionale e vediamo chi ha la maggioranza».
A Monti mezzo Pd chiede insomma di «non fare scherzi» e di mostrare la stessa «responsabilità» che i democratici hanno avuto nel votare la fiducia. E l'altra metà spinge per mettere mano alla riforma. «Non possiamo essere i custodi della rigidità del mercato del lavoro — sprona Marco Follini —. C'è sempre un vincolo esterno, dobbiamo decidere se è la Bce o la Cgil». Per Rosy Bindi, come Cesare Damiano, il «vincolo» è indubbiamente la seconda. L'ex ministro del Lavoro reputa «assurdo» che facilitare i licenziamenti aiuti la crescita: «L'idea di Ichino, che il Pd debba sposare le scelte del governo, è subalterna e inaccettabile». Ma lo stesso senatore, teorico della flessibilità coniugata alla sicurezza del posto, sa che «il Pd è una polveriera» e sta bene attento a non provocare altre scintille. «La mediazione c'è — suggerisce Ichino — Damiano e Cofferati hanno aperto a Tito Boeri, che prevede l'applicazione dell'articolo 18 dal terzo anno di contratto a tempo indeterminato». Un progetto condiviso anche dal vicesegretario, Enrico Letta.
Per conciliare due opposte visioni dell'economia e della società Franceschini, Treu e Baretta lavorano a una difficile mediazione. E Beppe Fioroni, che pure condivide la necessità di importanti modifiche, rivela il disagio dei cattolici: «La Fornero non può andare avanti con gli annunci, come Sacconi. Se è una vera riformatrice sappia che, su questi temi, prima si ascolta e poi si parla».
 

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