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Il patto parasociale costa caro

Disco rosso della Cassazione ai conflitti di interessi. Sussiste giusta causa di revoca dei soci amministratori che partecipino a patti parasociali che ne minano l’indipendenza. Il conflitto in capo ai componenti del consiglio di amministrazione in seguito all’adesione a un sindacato di gestione costituisce giusta causa di revoca dall’incarico. Così la Cassazione nella sentenza n. 8221 del 24 maggio 2012, con riguardo a un caso che nasce dal ricorso presentato da due amministratori di una spa contro la loro revoca per giusta causa da parte del nuovo socio di maggioranza. La revoca si fondava sull’acquisita conoscenza di un patto parasociale sottoscritto, fra gli altri, dai soci componenti del consiglio di amministrazione in seguito al quale sarebbe venuto meno il rapporto fiduciario con gli amministratori stessi. Nel rilevare (i) la validità del patto parasociale e (ii) la mancata prova della violazione, dei doveri di lealtà, correttezza e fedeltà, si condannava in primo grado la società al risarcimento danni consistente nei mancati compensi previsti per il triennio decorrente dalla nomina (cossidetto lucro cessante). In secondo grado la Corte d’appello di Torino respingeva le domande di risarcimento proposte dai due amministratori revocati per la loro partecipazione al patto parasociale accogliendo, invece, quelle degli altri due amministratori revocati estranei allo stesso. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che «con le disposizioni relative all’attività degli amministratori e al consiglio di amministrazione, il patto si riveli quale strumento per mezzo del quale i contraenti venivano a incidere sull’organo di gestione e sulla sua attività, determinando un sostanziale esautoramento del consiglio stesso».

Lo svuotamento dei poteri dell’organo amministrativo comporta, oltre a un grave pregiudizio per le decisioni dell’assemblea, una situazione di conflitto potenziale. Più precisamente, gli amministratori che avevano sottoscritto il patto parasociale si trovavano a essere vincolati oltre che dagli obblighi di legge e statutari, anche da quelli assunti in sede di sindacato pregiudicando quindi «il necessario rapporto fiduciario tra società e amministratori, sì da integrare giusta causa di revoca dei medesimi». La Cassazione si è quindi pronunciata sulla sussistenza o meno di una giusta causa ex art. 2383 comma 3 c.c., qualora gli obblighi imposti agli amministratori dal patto parasociale li pongano in una situazione di potenziale conflitto tra il dovere di fedeltà nei confronti della società e quello nei confronti del patto di sindacato. A tal fine si rende necessario ricostruire, sia pure parzialmente, il contenuto del patto in oggetto per valutarne il grado di vincolatività. Il patto prevedeva in primo luogo un sindacato di voto sia nelle delibere assembleari che in quelle consiliari. Nel sottoscriverlo gli amministratori si erano impegnati direttamente a rispettare le decisioni del sindacato (a maggioranza semplice) relative alla gestione sociale. Di fatto si consentiva quindi a una minoranza di porre in essere, attraverso accordi a latere della normativa statutaria, una politica gestionale potenzialmente anche configgente con l’interesse generale della società quale avrebbe dovuto esprimersi in un consiglio di amministrazione che rispondesse solo alle determinazioni assunte dalla maggioranza dei suoi membri. La Cassazione, pur riconoscendo, nella maggioranza dei casi, la legittimità di quei patti parasociali che regolano il voto in assemblea, riguardando tali patti atti destinati comunque a restare nella libera disponibilità dei soci aderenti, ha tuttavia ritenuto che tale legittimità non potesse rendersi tout court applicabile ai cosiddetti sindacati di gestione quale quello in oggetto. Nel sindacato di voto in assemblea non vi è, a differenza di quanto accade nel sindacato di gestione, una situazione immanente di conflitto che viene in essere per il solo fatto della adesione al patto parasociale. In sostanza il giudizio deve riguardare non tanto una diversa forza vincolante del sindacato di voto rispetto a quello di gestione quanto piuttosto l’incidenza del sindacato di gestione su comportamenti di soggetti che dovrebbero invece esercitare l’intera ed esclusiva responsabilità gestoria non solo nei confronti della società ma anche dei terzi che con la società si trovano a venire in contatto. La Corte ha quindi ravvisato la sussistenza di una giusta causa di revoca degli amministratori fondata, sul mancato rispetto del principio normativo proprio di detta esclusività gestoria. Tale esclusività viene meno (o comunque rischia di essere seriamente compromessa) dal potenziale conflitto di interessi cui sono esposti gli amministratori che si obblighino a votare secondo le determinazioni del sindacato che, non necessariamente, coincidono con quelle dell’organo amministrativo nel suo complesso. Dal conflitto di interessi deriva a sua volta il venir meno del necessario rapporto fiduciario che invece dovrebbe caratterizzare la figura dei soggetti chiamati a gestire la società. D’altro lato si tenga conto che, seppure non affrontato nel caso di specie, il conflitto di interessi si renderebbe ancora più palese qualora l’aderente al sindacato di gestione fosse chiamato in causa dagli altri soci aderenti al patto per un eventuale inadempimento dello stesso.

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