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Il Patto fiscale divide la Ue

di Beda Romano

All'indomani del vertice europeo di lunedì a Bruxelles le critiche ancora una volta non sono mancate. C'è chi ha protestato per le misure di rilancio dell'economia, non sufficientemente incisive. Chi ha criticato una nuova disciplina di bilancio non abbastanza rigida. Chi infine ha protestato per la nascita di un accordo internazionale, fuori dai Trattati e firmato per ora solo da 25 dei 27 stati membri dell'Unione.
Le critiche più virulente sono venute dal parlamento europeo. Il consiglio informale di lunedì – che ha dato il via libera a un nuovo trattato intergovernativo «inutile e che divide» – è stato «un fallimento» secondo il gruppo socialista-democratico (S&D). «Quello sul patto di bilancio è un trattato inutile», ha osservato il capogruppo S&D, l'austriaco Hannes Swoboda.
Molti sono preoccupati dalle divisioni europee emerse dal vertice. La Gran Bretagna e la Repubblica Ceca hanno preferito non sottoscrivere il testo per ora. Altri Paesi devono fare i conti con difficili ratifiche nazionali. Da Dublino, il vice premier Eamon Gilmore ha detto che il Governo irlandese sta riflettendo sul da farsi: «La necessità di un referendum dipenderà dalla conformità o meno del trattato con la nostra Costituzione».
In Germania il nuovo patto di bilancio è stato accolto con soddisfazione. Durante le discussioni di lunedì i Paesi più rigorosi hanno tentato di modificare (nuovamente) il trattato in senso più restrittivo. Sul tavolo c'era la possibilità in un articolo di estendere al debito eccessivo la procedura di deficit eccessivo. L'Italia, la Francia e il Belgio si sono opposti, in particolare contro l'Olanda. È stato trovato un compromesso.
Nell'articolo 4 è stato ricordato l'articolo 126 dei Trattati che specifica il ruolo della Commissione nell'esaminare l'andamento dei debiti nazionali. Spiega un negoziatore: «Tutto è in linea con la recente riforma del patto di stabilità. Da punto di vista procedurale non cambia nulla, ma politicamente il segnale che i Paesi più rigorosi hanno voluto mandare è chiaro: il debito eccessivo va ridotto».
Anche la Repubblica Ceca ha protestato pubblicamente. Da Praga, il premier Petr Necas ha detto che il trattato «non attribuisce abbastanza importanza al debito», giustificando così (in modo pretestuoso?) la decisione di non firmarlo. In realtà, ai cechi non è piaciuto l'intesa che limita la presenza nelle riunioni degli Stati membri non euro ad alcuni argomenti specifici. Il compromesso invece è stato accettato dalla Polonia.
Dal canto loro, i sindacati hanno messo l'accento sulle conclusioni del vertice dedicate al rilancio dell'economia. Il caso ha voluto che l'incontro dei 27 abbia avuto luogo in un giorno di sciopero generale in Belgio, il primo dal 1993. Il vertice «non è stato all'altezza delle speranze», secondo la Confederazione europea dei sindacati (Ces), La dichiarazione finale si è rivelata «pallida e poco convincente sulla crescita e il lavoro».
«Nessun impegno, nient'altro che parole vuote», ha spiegato la Ces che ha convocato una giornata di azione contro l'austerità per il 29 febbraio, alla vigilia di un nuovo consiglio. Chi si aspettava che i governi mettessero sul tavolo somme di denaro per rilanciare l'economia sono rimasti delusi (forse perché illusi?). In realtà, le conclusioni del vertice sono ricche di spunti e idee che dovranno essere però valutati alla prova dei fatti.
Peraltro, la discussione di lunedì si è basata anche sulle relazioni di alcuni capi di Stato e di Governo che hanno dato il loro punto di vista in alcuni settori nei quali eccellono o sui quali sono particolarmente informati. Tra gli altri il premier Mario Monti ha parlato di mercato unico, il finlandese Jyrki Katainen di economia digitale, lo spagnolo Mariano Rajoy di piccole e medie imprese, l'austriaco Werner Faymann di occupazione.

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