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Il patto «dribbla» i parametri

Corsa ai preventivi e ai patti sui compensi professionali, dopo che i parametri ministeriali rischiano di abbassare le somme dovute dai clienti. I decreti del ministero della Giustizia relativi ad avvocati, notai, commercialisti ed esperti contabili nonché alle professioni tecniche sono applicabili solo se il professionista non riesce a dimostrare di aver pattuito con il cliente un compenso o un preventivo di massima.
Ciò non significa che si deve pattuire una cifra, un importo specifico, risultante da moltiplicazioni o percentuali. Infatti, basta l’esistenza di una griglia di riferimento attraverso la quale giungere a un importo finale. Se vi è questa griglia, il compenso professionale (la somma finale) diventa parte di un vero e proprio contratto e come tale può essere sostituito dai parametri governativi solo se radicalmente contrario alla legge o se si riveli palesemente ingiusto.
Essendo venuti meno i minimi e i massimi tariffari, le somme possono essere contestate solo dimostrando la mala fede di uno dei contraenti (che sapeva di avvantaggiarsi enormemente rispetto all’altro) oppure il palese errore di calcolo o l’abuso consistente nell’approfittare della situazione di bisogno altrui. Al di fuori di queste ipotesi, la mera esosità del professionista o l’avarizia del cliente non hanno più peso e quanto è stato pattuito non può essere sostituito da un calcolo affidato al giudice.
Prevale quindi la volontà delle parti, con la conseguenza che è necessario conoscere quali elementi possono esse inseriti nella determinazione del compenso senza rischiare di far crollare l’intera architettura della parcella. Nello schema qui a destra, sono riportati alcuni degli elementi che il professionista può inserire nel preventivo (da render noto al cliente, come stabilisce l’articolo 9, comma 4 del decreto liberalizzazioni, Dl 1/2012).
Inserendoli, l’importo finale che ne risulta non è agevolmente contestabile, nemmeno se palesemente fuori mercato. Per le prestazioni che si articolano in tempi lunghi, è possibile una revisione che tenda al riequilibrio, ma deve sempre essere consensuale. Se l’accordo non si trova, rimane la via d’uscita della risoluzione, dimostrando che si sono ampiamente superati i limiti di obiettiva ragionevolezza di un compenso «adeguato all’importanza dell’opera ed al decoro della professione» (articolo 2233 del Codice civile).
Ognuno degli elementi indicati nella tabella ha un elevato coefficiente di resistenza, nel senso che, se condiviso in sede di conferimento dell’incarico, può successivamente essere contestato soltanto se la sua applicazione lede in modo rilevante l’equilibro contrattuale.
Non basta, infine, che un unico elemento sia incongruo o generi una moltiplicazione eccessiva dell’onorario, per far cadere l’intera architettura del preventivo: per un principio di conservazione, le clausole non inique sopravvivono a quelle che generano eccessi, rendendo inapplicabili i parametri ministeriali.
Poco spazio ha la vigilanza degli Ordini professionali, che è limitata alla verifica di trasparenza e veridicità dell’offerta professionale: trasparenza vuol dire espressioni chiare, comprensibili, mentre la veridicità impedisce, ad esempio, che si possa far passare per un trattamento di favore quello che invece è un costo oggettivamente basso.
Dinanzi a cifre predeterminate, frutto di calcoli su parametri pertinenti alla professione (non “cabalistici” o casuali), anche l’Ordine ha le “mani legate”: non vi possono esser sanzioni per concorrenza sleale scaturente da prezzi stracciati né si può squalificare deontologicamente chi riesca a pattuire con i propri clienti un compenso più elevato della media.

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