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“Il Patto di Roma non basterà troppe misure a lungo termine”

ROMA— «Il momento è cruciale e gli sforzi ci sono stati, ma ho paura che i mercati stamattina non saranno convinti. Il patto da 130 miliardi concluso a Roma è ancora generico e legato a misure di lungo termine mentre qui la casa brucia e serve qualche provvedimento immediato, efficace e attuabile senza troppi indugi. Di buono c’è almeno che la Francia porta avanti con determinazione le sue posizioni pro-crescita ». Per Jean-Paul Fitoussi, economista di SciencesPo da sempre molto attento ai problemi europei, il Patto di Roma non è un avanzamento significativo: «Troppo vago e subordinato a fattori che non è chiaro se si verificheranno».
Però emergono dettagli confortanti, almeno in apparenza.
«Macché. Un caposaldo è un fondo garantito dalla Ue in cui far confluire il debito eccedente il 60% che è esattamente quello a cui la Merkel si oppone. I 60 miliardi di prestiti della Bei o i 55 miliardi di fondi Ue sono gocce nell’oceano e chiedono tempo».
Siamo agli
wishful thinking,
insomma?
«Serve altro per tranquillizzare i mercati. L’enfasi sulla Tobin tax, che sembrava un successo ma poi si è visto che a vararla non ci pensa nessuno, è stato fumo negli occhi ».
In Italia pochi giorni fa è uscito con gran fanfara un piano per la crescita da 80 miliardi ma si è scoperto che di miliardi veri non ce n’era che uno, siamo alla stessa scena?
«Temo di sì. Intendiamoci: qualcosa nella mentalità di Berlino è cambiato da un mese a questa parte. La Germania pare genuinamente convinta che qualcosa per la crescita vada fatto. Finalmente condivide il concetto che non si vive di solo rigore, elemento che peraltro io condivido da
sempre come la maggior parte degli economisti, ma si devono saper distinguere i momenti d’emergenza in cui intervenire sul breve termine».
Cos’è cambiato con Hollande?
«È importante la sua determinazione: ha vinto le elezioni promettendo un maxi-piano per la crescita, poi con volontà l’ha fatto accettare ai partner. Anche sul trasferimento della sovranità c’è più apertura. La Francia dice: d’accordo, però dimostriamo prima che l’Europa non è solo cattiva, perché nessuna popolazione accetta la sovranità di chi vuole farla soffrire. Tutt’altra musica dai tempi in cui Sarkozy si limitava ad annuire alle parole di Berlino. Purtroppo c’è uno sconfortante vuoto a livello Ue nel passare ai fatti. La Merkel è
d’accordo in spirito ma non accetta niente. Eppure ci guadagnerebbe a riconoscere e avallare gli sforzi che tanti Paesi stanno facendo: dimostrerebbe la sua leadership visto che la sua linea è passata».
Ora la cancelliera vola nuovamente a Parigi per incontrare il presidente all’Eliseo, ricomincia il direttorio a due?
«Ma no, è una normale visita di cortesia che ricambia quella che Hollande ha fatto subito dopo le elezioni. L’attenzione è tutta al vertice di Bruxelles, lì saranno prese le decisioni: il problema è che temo che ne saranno prese ben poche. Spero di sbagliarmi».
Qual è una misura di pronto intervento?
«Bisogna smuovere le istituzioni finanziarie. La Bce, senza aspettare improbabili revisioni dello statuto, deve ampliare gli acquisti sul secondario con una potenzialità apparentemente illimitata, l’unica che spaventa gli speculatori. Perfino su questo c’è chi fa eccezioni, e dice che il vertice europeo non può ordinare alla Bce cosa fare. Poi c’è l’Efsf: ottima l’idea di Monti di renderlo uno strumento anti-spread aumentandone la capacità di finanziamento. Può emettere più obbligazioni con la tripla A, accendere prestiti presso la Bce. Eppure anche qui niente da fare».

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