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Il patrimonio legittima il prestito

di Francesca Falcone

Il patrimonio del socio è in grado di giustificare il versamento in conto capitale o un prestito infruttifero all'impresa. Non è corretto, pertanto, l'operato dell'ufficio che ha disconosciuto le passività riportate dalla società nei confronti del socio solo perché i redditi dichiarati da quest'ultimo non legittimerebbero il versamento o il prestito. Il socio può, infatti, attingere al patrimonio per il finanziamento. Il patrimonio diventa un elemento rilevante anche sul piano della produzione del reddito. A precisarlo la Cassazione con la sentenza 18935/2011.

L'iter

A una società è stato notificato un avviso di accertamento per Irpeg e Ilor per l'anno 1993, con il quale l'ufficio ha ritenuto inesistenti le passività iscritte nel bilancio della società come «versamento in conto capitale» per oltre un miliardo delle vecchie lire o come «finanziamenti infruttiferi» di poco superiori ai novecento milioni delle vecchie lire, e con il quale sono stati ripresi a tassazione i relativi importi.

La società ha presentato ricorso contro l'avviso di accertamento e si è vista dare ragione nei due gradi di merito. L'accertamento dell'ufficio si basava sul rilievo che dalle dichiarazioni dei redditi dei soci era emerso che non avrebbero avuto la materiale possibilità di effettuare i versamenti della società, avendo denunciato dal 1990 al 1994 redditi per circa trenta milioni di lire all'anno. Per la Ctr, invece, le dichiarazioni dei redditi presentate dai soci non rilevavano per dimostrare dell'inesistenza di tali versamenti avendo tali poste carattere patrimoniale e non reddituale: non consentivano, infatti, una ripresa a tassazione da parte dell'amministrazione finanziaria.

L'agenzia delle Entrate ha presentato ricorso in Cassazione lamentando, nei precedenti gradi, un malgoverno dei principi sul riparto dell'onere probatorio. Ad avviso del fisco, in primo luogo l'ufficio aveva offerto un principio di prova dell'inesistenza dei versamenti dei soci iscritti al passivo del bilancio ed era quindi onere del contribuente documentare tali versamenti. Inoltre era illogica l'affermazione dei giudici di secondo grado in base alla quale il fatto che i finanziamenti infruttiferi o i versamenti dei soci hanno carattere patrimoniale (e non reddituale) avrebbe impedito di desumere argomenti di prova della loro inesistenza dalle dichiarazione dei redditi dei soci.

La Cassazione ha rigettato il ricorso. Secondo la sentenza 18935/2011, è corretto il ragionamento adottato dai giudici di merito: dalla dichiarazione dei redditi non possono essere tratti argomenti nemmeno presuntivi per escludere che i soci abbiano versato alla società le somme in discussione. La provvista per l'effettuazione di un versamento alla società può essere reperita dal socio utilizzando, in tutto o in parte, il proprio patrimonio e le dimensioni di un patrimonio non sono necessariamente e univocamente connesse all'entità dei redditi di cui il relativo titolare disponga. Per questa ragione non è stata ritenuta valida la tesi dell'ufficio che l'insussistenza dei versamenti dei soci troverebbe un principio di prova nelle dichiarazioni dei redditi dei soci stessi.

Infine, per la Cassazione, l'ufficio ha errato nel ritenere di dovere mettere a carico del contribuente l'onere di provare i presupposti dei costi e degli oneri deducibili concorrenti alla determinazione del reddito di impresa, ivi compresa la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive di ricavi. I versamenti in conto capitale e i finanziamenti infruttiferi dei soci «non costituiscono costi e oneri deducibili (ossia partite di conto economico) – si legge nelle motivazioni – bensì poste dello stato patrimoniale e l'accertamento della loro eventuale inesistenza farebbe emergere perdite (e non ricavi) di importo corrispondente a quello dei versamenti inesistenti».

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