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Il patrimonio di Cariplo risale ai livelli pre-crisi

Poco sopra i 6 miliardi. Al 31 dicembre 2012, prima ancora che il titolo Intesa conoscesse il rimbalzo d’inizio anno, il patrimonio della Fondazione Cariplo era ampiamente risalito oltre quello che nell’ente è considerato uno spartiacque. Per la precisione, stazionava a quota 6,22 miliardi: in pratica, gli stessi livelli del 1998, prima che una raffica di crisi finanziarie si abbattesse sui mercati, sulla banca e a cascata sull’economia reale, chiamando la Fondazione agli straordinari sia su Ca’ de Sass – ricapitalizzata – sia sul versante delle erogazioni. Per Giuseppe Guzzetti, 78 anni, alla fine del suo secondo mandato da presidente e pronto a iniziare il terzo, dietro questa cifra si trova la sintesi più efficace di come si è comportata la fondazione in questi anni: «Nell’ultimo mandato, dal 2007 a oggi – dice a Il Sole 24 Ore – abbiamo erogato un miliardo su 6.840 progetti. In pratica, il massimo sforzo è stato compiuto nel periodo della massima crisi, e ciononostante il patrimonio non è stato intaccato».
Numeri che potrebbero sembrare una chiara risposta a chi, negli ultimi mesi, ha messo pesantemente in discussione il ruolo e le capacità delle Fondazioni di origine bancaria, anche se «ormai non mi arrabbio neanche più», scherza Guzzetti. Presidente non solo di Cariplo ma anche dell’Acri, l’associazione delle Casse di risparmio, liquida con una battuta la bomba Monte dei Paschi («Un episodio, per quanto grave, non basta a fare la storia delle fondazioni. E comunque su questa vicenda sono tutti in difetto») e preferisce tornare sul caso Cariplo, dove si trova – dice lui – una risposta anche alla questione di fondo, cioè al rapporto tra le fondazioni e le banche, meglio ancora su quanto e per quanto è giusto che gli enti restino gli azionisti di riferimento degli istituti: «Qualcuno sostiene che dovremmo scendere, o addirittura uscire dal capitale delle banche – ragiona -. Però, domando: a chi vendere? E perché?». Oggi Intesa – in carico a 1,9 euro – pesa per il 16% sul patrimonio della Fondazione, e per Guzzetti questo valore «è ottimale». Sotto tutti i punti di vista: «La diversificazione del rischio, per enti come i nostri, è fondamentale», spiega. Negli ultimi anni, ammette, quando il titolo era ben al di sotto dei 70 centesimi «e anche l’ultimo dei miei nipotini sapeva che sarebbe risalito», la tentazione di comprare e puntare all’affare ci sarebbe anche stata, «ma non ci sono mai stati dubbi: abbiamo delle regole, chiare, che ci impongono di non farlo».
Già, le regole. «Le abbiamo fissate, stringenti, sia per la gestione del nostro patrimonio che per l’attività erogativa, e sia nel periodo di vacche grasse che in quello di vacche magre hanno tenuto fermo il pallino. La diversifcazione del patrimonio non era una chiacchiera: l’abbiamo fatto veramente». Con pesanti ripercussioni, sull’asset allocation ma anche sui rendimenti: anche quest’anno in Cariplo si conta di ricevere dalla banca dividendi per 40 milioni, meno di un terzo delle erogazioni previste per il 2013, «perché per fortuna i 5,5 miliardi di patrimonio investiti altrove (in gran parte affidati alla piattaforma Polaris) ci permettono di avere ampi margini di manovra. Questo è il frutto della diversificazione», che tra l’altro dovrebbe consentire all’ente di tornare a rimpinguare di qualche milione anche il fondo di stabilizzazione, che dai 500 milioni del 2007 è sceso a quota 200.
Relativamente sereno sul patrimonio, soddisfatto del rapporto con il primo socio di Intesa, la Compagnia di San Paolo e più in generale sulla banca («Non sono mai stato felice come adesso»), per Guzzetti ora il problema è «la crisi sociale e occupazionale», che chiama le fondazioni a uno sforzo straordinario. Ma non in termini quantitativi: «Sulle erogazioni, più di così non possiamo fare», dice Guzzetti, che – rivendicando il ruolo delle Fondazioni come soggetto politico, sì, ma «in senso alto e non partitico» – pensa siano maturi i tempi per «nuove modalità di intervento», che consentano di ottimizzare le risorse disponibili «esaltando il ruolo delle comunità come polo d’aggregazione»; un esperimento che in alcune aree della Lombardia, spiega Guzzetti, è già stato sperimentato con successo, e che può diventare una nuova modalità d’intervento sul territorio da parte della Fondazione, che in futuro sempre di più punta a investire sulle comunità e sui progetti che sono in grado di esprimere anziché sulle singole iniziative, «superando ormai definitivamente la logica dello sportello». Tutto questo finirà sul tavolo dei prossimi organi della Fondazione che si insedieranno entro fino aprile, a cui toccherà un’analisi attenta delle politiche erogative dell’ente, oggi più che mai chiamato a «conoscere la realtà in cui opera, anticiparne i bisogni, innovare».

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