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Il patent box premia la ricerca

Il patent box premia la ricerca. Non c’è solo l’allargamento a tutti i marchi, modelli e disegni industriali a rendere più favorevole il regime fiscale agevolato per lo sfruttamento e cessione dei beni immateriali d’impresa. Rispetto alla versione originaria prevista dalla legge di stabilità 2015, vengono ricomprese nel beneficio anche le attività di valorizzazione della proprietà intellettuale gestite e sviluppate in outsourcing e con le società del gruppo. È quanto prevede il dl n. 3/2015, che ha modificato i commi da 37 a 45 della legge n. 190/2014.

Il decreto «Investment compact» ha appena iniziato il suo iter per la conversione, con l’assegnazione alle commissioni finanze e attività produttive di Montecitorio.

Si ricorda che il patent box prevede una detassazione del 50% dei redditi derivanti dall’utilizzo o dalla cessione di «intangibles» industriali (marchi, brevetti, disegni, modelli, know-how giuridicamente tutelabili). In sede di prima applicazione del meccanismo, per gli anni 2015 e 2016 l’agevolazione sarà ridotta rispettivamente al 30% e al 40%.

Prima ancora che i ministeri dello sviluppo economico e dell’economia potessero emanare le modalità attuative del patent box, il governo ha introdotto subito dei correttivi per rendere il meccanismo più appetibile. Il dl n. 3/2015 ridefinisce il rapporto tra i costi per attività di ricerca e sviluppo e costi complessivi rilevanti ai fini della determinazione della quota di reddito esente da Ires e Irap.

Nello specifico, l’articolo 1, comma 5 lettera b) estende l’ambito applicativo del regime agevolato alle attività di ricerca e sviluppo svolte da società che non sono parte dello stesso gruppo. Oltre alla facoltà di esternalizzare la R&S, le successive lettere c) e d) modificano il rapporto che individua la quota massima dei redditi detassabili: il numeratore viene incrementato di un ulteriore 30%, correlato alle spese sostenute per l’acquisizione dei beni immateriali o per le attività di R&S svolte da società controllanti, controllate o collegate.

Di conseguenza, come spiega la relazione illustrativa del governo, le spese di ricerca e sviluppo sui beni intangibili avranno un riconoscimento integrale se le attività sono svolte all’interno o da un terzo. Avranno invece un riconoscimento parziale gli oneri sostenuti per l’acquisizione dei beni immateriali o per contratti di ricerca stipulati con società del gruppo (il limite sarà pari al 30% delle spese relative alla ricerca compiuta in proprio o commissionata a terzi). Al denominatore del rapporto, invece, dovrà essere indicata la totalità delle spese sostenute sullo stesso bene.

Ciò significa, puntualizzano i tecnici dell’esecutivo, che il beneficio dell’irrilevanza fiscale «sarà pieno nella misura massima prevista dalla norma (50% del reddito a regime, ndr) se le spese con riconoscimento parziale sono in misura pari o inferiori al 30% delle altre spese». In presenza di percentuali superiori, vi sarà invece una riduzione proporzionale del beneficio via via crescente. Sarà il decreto Mise-Mef, tuttavia, a definire con maggiore precisione gli elementi del quoziente che individua la quota di reddito esente da ogni prelievo fiscale.

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