Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il patent box non è per tutti

Escluse le imprese in contabilità forfettaria e quelle che non fanno ricerca dal patent box, la ricerca «fallita» non viene conteggiata ai fini del nexus. Il diritto all’agevolazione rimane anche se per un anno non ci sono costi di ricerca e sviluppo, semaforo verde alle grandi imprese in crisi se è assicurata la continuità dell’attività, nei costi di ricerca e sviluppo devono essere considerati anche i costi di mantenimento in vita dei diritti legali ai titoli di proprietà intellettuale. Questi alcuni dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle entrate in merito al patent box con circolare n. 11/E del 7 aprile 2016 (si veda anche ItaliaOggi Sette dell’11 aprile).

Chi è escluso. La circolare sottolinea che non possono accedere al regime agevolativo quei soggetti, titolari di reddito d’impresa, che determinano il reddito con metodologie diverse da quella analitica, tra cui in particolare il nuovo regime forfettario, tonnage tax e società agricole che esercitano l’opzione per determinare il reddito su base catastale. Sono escluse dal beneficio le società assoggettate alle procedure di fallimento, alle procedure di liquidazione coatta amministrativa e di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. Con riguardo a quest’ultima, il beneficio permane nel caso che la procedura sia finalizzata alla continuazione dell’esercizio dell’attività economica. La circolare inoltre ribadisce che sono escluse dal patent box anche tutte le imprese che non svolgono attività di ricerca e sviluppo. Questo perché, precisa la circolare, per fruire dell’agevolazione è necessario che ci sia un nesso tra le attività di ricerca e sviluppo, i beni immateriali e il reddito agevolabile a esso riferibili.

Ricerca fallita non viene conteggiata. L’Ocse, nel report finale dell’Azione 5, evidenzia come la ricerca che non va a buon fine non debba essere considerata ai fini del rapporto nexus ratio, ossia del rapporto tra i costi di attività di ricerca e sviluppo, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per il mantenimento, l’accrescimento e lo sviluppo del bene immateriale e i costi complessivi, rilevanti ai fini fiscali, sostenuti per produrre tale bene. In tale ipotesi, dal periodo d’imposta in cui si palesa il «fallimento» della ricerca, il rapporto dovrà essere opportunamente rettificato escludendo i costi relativi alla ricerca fallita dal numeratore e/o dal denominatore del rapporto (a seconda che trattasi di costi «qualificati» o meno).

Nessun problema se in un anno non ci sono costi per ricerca e sviluppo. Qualora l’impresa, a causa di eventi particolari non abbia sostenuto per un anno costi legati all’attività di ricerca e sviluppo, la stessa può continuare a fruire dell’agevolazione apportando la variazione in diminuzione in sede di dichiarazione. In tal caso il quinquennio continuerà a decorrere e la fruizione dell’agevolazione potrà avvenire fino a esaurimento dell’opzione. Questo perché non è necessario che le attività di ricerca e sviluppo relative a un determinato bene immateriale siano esercitate nel periodo di imposta in cui, in concreto, si fruisce dell’agevolazione dei redditi derivanti dal medesimo bene; è sufficiente che tale attività sia stata esercitata nei periodi di imposta precedenti. È comunque sempre necessario che si tratti di attività di ricerca e sviluppo direttamente collegate al bene da esse “generato”; tale verifica va, quindi, condotta separatamente bene per bene».

Il mantenimento in vita fa parte dei costi di ricerca e sviluppo. È stato confermato che rientrano nelle attività di ricerca e sviluppo il deposito, l’ottenimento e il mantenimento e rinnovo dei diritti del titolo di proprietà industriale. Inoltre è stato specificato che per mantenimento in vita, la norma intende generalmente le attività amministrative necessarie affinché il titolo di proprietà industriale non incorra in decadenze. Tali attività consistono tipicamente, salvo eccezioni, nel pagamento di diritti di concessione annuali o pluriannuali all’Ufficio concedente, ovvero nella presentazione di una domanda di rinnovo del titolo all’ente concedente entro una determinata scadenza. Le suddette attività possono essere svolte direttamente dal titolare o da un mandatario, tipicamente un consulente in proprietà industriale o un avvocato.

Le perite fiscali di un IP non hanno ripercussioni su altri IP. Nel caso in cui, una volta esercitata l’opzione, l’impresa verifichi che lo sfruttamento economico del bene immateriale genera una perdita fiscale, deve rinviare gli effetti positivi dell’opzione agli esercizi in cui lo stesso bene genererà redditi. La circolare ha precisato che le perdite fiscali generate da un determinato IP devono essere mantenute all’interno del regime patent box del solo IP che le ha prodotte, senza alcun impatto sui redditi eventualmente generati da altri IP, per i quali sia stata esercitata l’opzione. Le perdite fiscali di un determinato IP, andranno quindi a decurtare i soli eventuali redditi positivi generati dallo stesso IP nel quinquennio di efficacia dell’opzione, senza alcun impatto sul regime patent box di altri IP per i quali l’azienda ha optato.

Roberto Lenzi

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa