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Il passo d’addio del grande vecchio delle banche “Avventura finita”

MILANO  – Una voce dal sen fuggita. Si potrebbe definire così l’interlocuzione pronunciata ieri da Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, in un colloquio informale con i giornalisti a Milano. «Quando iniziai la mia avventura milanese, che sta per finire, andai a visitare il posto in cui Alessandro Manzoni scrisse i Promessi Sposi». Confermando, nella sostanza, ciò che è sotto gli occhi di tutti da mesi, ma non era ancora ufficiale: e cioè che il prossimo aprile scadrà il mandato triennale di Bazoli al vertice della banca e con la nuova governance “monistica” in via di approvazione non vi sarà più posto per lui. Certo, sorprende che siano solo queste le parole di commiato del professore-banchiere considerato a ragione l’ultimo grande vecchio della finanza italiana, avendo guidato fin dal 1982 il Banco Ambrosiano e avendolo trasformato, attraverso diversi passaggi cruciali, nel primo gruppo bancario italiano di cui ancor oggi è alla testa. Ma probabilmente quella di ieri era solo una battuta, in vista di un consiglio di amministrazione della banca che, salvo sorprese, dovrebbe approvare l’ultimo passaggio per tornare a un unico organo di controllo senza l’affiancamento del collegio sindacale, unicum in Italia. Poi toccherà alla Bce dare il suo via libera e solo allora si potrà riunire l’assemblea straordinaria per sancire il nuovo corso. Sarà forse in quell’occasione che Bazoli utilizzerà parole più precise per indicare il percorso futuro della banca dopo questa ultima importante trasformazione, insieme a un excursus del suo personale contributo allo sviluppo del gruppo bancario. Non vi è alcun dubbio, infatti, che Bazoli sia stato un indiscusso protagonista della finanza italiana e per diversi anni, fino alla scomparsa di Enrico Cuccia, abbia rappresentato la punta di diamante della cosiddetta finanza cattolica in una ideologica contrapposizione alla finanza laica che trovava nel padre- padrone di Mediobanca il suo più illustre sostenitore. In alcuni momenti le sciabole si incrociarono senza esclusioni di colpi come quando la Gemina e le Generali spinte da Cuccia entrarono nel capitale del Banco Ambroveneto per facilitare una aggregazione con la Comit ma furono respinti dal professore- avvocato bresciano che riuscì a trovare un alleato di peso nei francesi del Crèdit Agricole. La contrapposizione finanza laica- finanza cattolica terminò improvvisamente il giorno nel quale Cuccia decise che la Comit, punta di diamante della galassia Mediobanca, rimasta zitella nel risiko degli anni ’90, poteva finire nelle braccia del gruppo Intesa che aveva appena inglobato anche la Cariplo. Si era alla vigilia della scomparsa del fondatore di Mediobanca che lasciò nelle mani di Bazoli la difficile eredità di essere l’ago della bilancia del complesso sistema bancario italiano che già allora vedeva nell’Unicredit l’altro polo in grado di fare concorrenza a Intesa. Due poli contrapposte e alternativi che Bazoli seppe tenere sempre a distanza, nonostante qualche maldestro tentativo di matrimonio. Come quello trapelato negli ultimi giorni sule pagine del Sole 24 Ore. «E’ un progetto che non sta né in cielo né in terra – ha detto Bazoli ai giornalisti commentando l’ipotesi di fusione fra le due maggiori banche italiane – contrasterebbe con il valore della concorrenza in cui io personalmente credo. Sarebbe un impoverimento da un punto di vista della concorrenza ».
Nato nel 1932, Bazoli è diventato banchiere per caso, abbandonando anzitempo la professione di avvocato che pur amava, chiamato al dovere dal ministro delle Finanze Beniamino Andreatta che gli mise nelle mani la patata bollente dell’Ambrosiano all’indomani dell’oscura scomparsa di Roberto Calvi. Il professore bresciano si è adeguato e nel corso del tempo è diventato un “power broker”, un grande uomo di potere ma un potere non fine a sè stesso e nella sua concezione indirizzato a fin di bene, volto a sostenere e sviluppare un’economia sociale di mercato che ogni banca dovrebbe incarnare. E’ un orizzonte che non ha mai col-locato il profitto in cima a qualsiasi scala di valori e che individua nella cultura uno dei motori su cui si deve innestare l’operato di un banchiere illuminato. Una filosofia ripetuta a ogni piè sospinto. «La nostra banca è convinta da sempre che un impegno nel campo culturale e civile sia un dovere, nella convinzione che ciò abbia anche una giustificazione dal punto di vista economico – ha detto illustrando le motivazioni alla base del progetto di ristrutturazione della casa del Manzoni- . Non esiste progresso economico se non è accompagnato da uno sviluppocivile e culturale della comunità in cui si opera».
Un’impostazione, quella bazoliana, che negli ultimi cinque anni è venuta via via stridendo con la nuova realtà della finanza italiana, meno impostata sui salotti e sulle relazioni interpersonali e sempre più orientata alle più fredde e razionali logiche di mercato, impersonificate da giovani manager e imprenditori. L’evoluzione della vicenda Rcs ne è un esempio lampante. Bazoli, pur indirettamente, ha sempre mantenuto il ruolo di nume tutelare nella casa editrice a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza. Fino alla scorsa primavera quando è stato escluso da Alberto Nagel, Diego Della Valle e John Elkann dai giochi per la formazione del nuovo cda che proprio in questi giorni ha deciso di vendere la Rcs Libri alla Mondadori targata Fininvest. «Io non ho responsabilità in questa decisione perchè sono fuori dal consiglio di amministrazione – ha ricordato Bazoli – e dico: sono contento di non avere responsabilità». E dal prossimo aprile lascerà anche la sua banca nelle mani del tandem Gros Pietro-Messina.
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