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Il Parlamento indaga sui derivati del Tesoro

La Commissione Finanze della Camera accoglie la proposta di Sel e istituisce un’indagine conoscitiva sui derivati di Tesoro, Regioni ed enti locali. La decisione è stata presa ieri mattina dai 45 rappresentanti di tutte le forze partitiche e sarà comunicata a ore dalla Camera.
L’indagine è la prima del genere in un Paese dove è minima la trasparenza su questi strumenti finanziari, e solo il Tesoro ha contratti da 160 miliardi in derivati. Non avrà i poteri inquirenti delle Commissioni d’inchiesta regolati da leggi ad hoc, ma sarà una tappa di trasparenza su una materia nebulosa e secretata come poche. L’obiettivo del deputato di Sel Giovanni Paglia, che propose l’iniziativa settimana scorsa, era «acquisire altri elementi di valutazione, in particolare sul maggior rischio insito nell’assunzione dello Stato di garanzie su derivati», e in generale più pubblicità sulle scommesse finanziarie fatte con soldi pubblici. Istanze che paiono condivise dai commissari (con toni forti dai Cinquestelle che avevano preannunciato una simile richiesta), e dal presidente Daniele Capezzone (Forza Italia). L’indagine partirà a giorni, quando i gruppi parlamentari avranno individuato chi sentire. Da metà dicembre, le audizioni: tra i primi convocati i vertici del Tesoro, poi per circa quattro mesi sfileranno Bankitalia, Corte dei Conti, Cdp, l’autorità bancaria Eba, l’Abi, le controparti, docenti universitari ed esperti del tema. A primavera, raccolte le informazioni, la commissione valuterà se fare una mozione al governo, con cui dare indirizzi politicamente vincolanti.
L’indagine giunge a puntino: perché il governo ha introdotto, nell’articolo 33 della legge di Stabilità, la possibilità di stipulare accordi di garanzia bilaterale sui 160 miliardi di derivati del Tesoro. I soli dati disponibili di metà 2012 fecero emergere su ristrutturazioni di 31 miliardi di tali contratti minusvalenze teoriche per 8 miliardi. Con la nuova legge le perdite potenziali daranno diritto alle controparti di ricevere depositi cash, garantendole dal rischio Italia. Finora le banche si ricoprivano con polizze anti default (i Cds), ma questo mercato è ormai molto sottile perché dopo la crisi di tre anni fa è difficile trovare chi assicuri i rischi sovrani. Per il Tesoro la norma «adegua la gestione del debito ai nuovi orientamenti regolamentari favorendo un più agevole collocamento di titoli di Stato», e «potrebbe produrre differenziali positivi di interessi». Ma proprio l’assenza di pubblicità sui contratti di Via XX settembre rende impossibile comparare gli eventuali risparmi sul debito al costo delle garanzie. Né convincono i paragoni della Relazione illustrativa dell’articolo 33 con i Paesi che già adottano garanzie bilaterali: Svezia, Danimarca e Canada lo fanno solo dopo soglie di rischio improbabili visti i loro (bassi) rischi Paese, mentre in Germania le garanzie vanno a una controparte centrale, come prevede la nuova direttiva Emir.
L’indagine farà capire meglio anche i derivati agganciati al debito delle Regioni, che hanno in corso un riacquisto di bond per 8 miliardi, e il riassetto di quasi altrettanti miliardi di mutui, per riemetterli ai tassi minimi attuali. Martedì Barclays, Bnp, Citigroup e Deutsche Bank hanno avuto mandati da Abruzzo, Campania, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte e Puglia a riacquistare i loro titoli tra l’8 e il 15 dicembre. Si stimano 185 milioni l’anno di interessi in meno, e scadenze più lunghe. Su molti di quei bond sono montati derivati per scambiare cedole fisse con variabili. A fine 2013 per Bankitalia i derivati producevano perdite teoriche per 472 milioni per le Regioni, molte delle quali hanno portato in tribunale le controparti.
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