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Il paradosso Italia, più export meno lavoro

Se la Germania esporta, l’occupazione tedesca aumenta, se invece ad esportare è l’Italia, di nuovi posti di lavoro non si vede l’ombra, almeno non in patria. Vendere all’estero non è garanzia di ripresa, o meglio, non lo è per la nostra economia: il miracolo delle piccole e grandi aziende che – nonostante tutto riescono a sfondare in Europa e nel mondo, non lascia tracce «a casa». Dietro tale frattura c’è la delocalizzazione, la scelta di molte imprese italiane di chiudere parte degli stabilimenti nazionali per aprire all’estero, in Paesi che garantiscono costi del lavoro e tassazioni più basse. Una ricerca della Confartigianato misura gli effetti del fenomeno e lo fa mettendo a confronto i dati italiani con quelli tedeschi.

Tra i primi tre trimestri del 2009 e lo stesso periodo del 2012 la Germania ha aumentato i volumi esportati del 29,2 per cento e la produzione industriale tedesca è cresciuta del 22,7 per cento. Anche in Italia, le vendite all’estero – nello stesso intervallo temporale – hanno ripreso fiato, aumentando del 21,6 per cento, ma il loro l’impatto sulla produzione manifatturiera è stato praticamente nullo: l’1,7 per cento appena. Le conseguenza, in termini di lavoro, balzano all’occhio: fra il terzo trimestre 2009 e lo stesso periodo del 2012, l’occupazione manifatturiera tedesca è aumentata di 206.300 unità (più 2,7 per cento), quella italiana è invece scesa del 5,4 per cento, perdendo per strada 238.100 posti.
Sono quelli che Confartigianato chiama «i rischi dell’export senza produzione»: l’azienda delocalizzata vende sui mercati stranieri, ma non distribuisce reddito in patria, né crea posti di lavoro. Quindi il miracolo dell’export c’è, ma non si vede e ha effetti pari a zero sulla domanda interna. Per capire la diffusione della tendenza e le sue caratteristiche basta guardare ai dati della Banca d’Italia: nel 2012, il saldo fra aperture e chiusure di stabilimenti all’estero per aziende con almeno 20 dipendenti – nonostante la crisi – è stato positivo per il 6,4 per cento, mentre fra gli stabilimenti italiani hanno prevalso le chiusure e il saldo è stato del meno 1,6. Guardando alle imprese più grandi il saldo verso l’estero è stato addirittura 14,9 per cento, mentre in Italia è precipitato al meno 6,3. «Il fenomeno riguarda soprattutto le “griffe” e le aziende di vaste dimensioni ed è legale – sottolinea Giorgio Mer-letti, presidente di Confartigianato – ma il paradosso che ne deriva è dannoso per la ripresa: vanno incentivate le aziende che restano, anzi ne vanno attratte di nuove e questo è possibile solo rimettendo mano alla pressione fiscale, alla burocrazia, alle norme sul lavoro. Serve coraggio, e non lo vedo. Anzi, vedo il contrario:sembra si faccia di tutto per spingerci oltre confine e trovare là condizioni normali per fare impresa ». «Il fisco italiano – aggiunge – tassa il 68,3 per cento gli utili lordi d’azienda, in Svizzera appena il 30,2».
Parlando di delocalizzazione, infatti, non bisogna pensare alla Romania o al Sud est asiatico: basta guardare al Canton Ticino, dove negli ultimi quindici anni sisono trasferite 113 aziende italiane. Oltre a dar rifugio ai capitali, dunque, la Svizzera dà rifugio anche al lavoro: chi vi si trasferisce gode di finanziamenti ad hoc, servizi migliori, stabilità di governo. Chi poi assume «frontalieri» (residenti in Italia che ogni giorno, da dipendenti, varcano il confine), riduce i suoi costi del lavoro del 30 per cento.
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