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Il pagamento alle imprese diventa un caso politico

Decreto sui pagamenti entro il 10 aprile. Potrebbe essere questo il termine ultimo per l’emanazione del provvedimento del governo che sbloccherebbe 40 miliardi di crediti delle imprese verso la pubblica amministrazione, in due anni. Sempre che il cammino parlamentare non presenti intoppi, circostanza che non può escludersi vista l’impuntatura del Movimento 5 Stelle, che ieri ha posto le proprie condizioni all’approvazione del provvedimento ancora in fieri.
Prima di tutto, secondo il movimento di Grillo, l’esame del decreto non si dovrà fare nella commissione speciale istituita ieri (anche con il suo «sì») e che dovrà viceversa approvare, entro martedì prossimo, la relazione al Parlamento sull’allentamento del vincolo di bilancio e la revisione in negativo dei saldi di finanza pubblica, inviata ieri dal governo. Per garantire la trasparenza dei lavori i grillini chiedono che l’iter passi nelle commissioni competenti.
E poi ci sono le obiezioni nel merito avanzate dal capogruppo alla Camera, Roberta Lombardi, che contesta il passaggio della relazione in cui si dice che «una parte dei pagamenti alle imprese confluirà immediatamente al sistema creditizio, in quanto una quota del portafoglio di debiti risulta già ceduto alle banche» dalle imprese. Lombardi ravvisa in questo passaggio «una regalia» alle banche e non il corrispettivo per un servizio reso che peraltro potrebbe aiutare a allentare la stretta creditizia. «L’esperienza di questi anni ci ha reso cauti sugli effetti nell’economia reale dei finanziamenti alle banche» è la spiegazione. Quindi? La soluzione proposta è che si paghino prima le imprese e poi le banche che hanno anticipato i crediti, con il possibile effetto di scoraggiare per il futuro simili operazioni. Che peraltro sono state pochissime, essendo i crediti scontati circa 300. Una goccia nel mare.
Ma non basta: con il decreto sui pagamenti, secondo Lombardi, «ci stiamo giocando tutto l’indebitamento che possiamo stanziare per la crescita per il 2013 e per il 2014. Un decreto fatto in fretta e furia nelle segrete stanze, come è solita fare la politica, per una porcata di fine legislatura».
Il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina concorda su un punto: «Quali margini di flessibilità ha l’Italia intorno alla fatidica soglia del 3% nel rapporto debito/Pil? Che succede se, come sempre avvenuto negli ultimi anni, le previsioni del ministero dell’Economia si rivelano enormemente ottimistiche?». Fassina teme che il prossimo governo debba affrontare una manovra subito. E adombra la possibilità che possano esserci anche altre priorità oltre a quella dei pagamenti, non tenendo conto però, fanno notare ambienti governativi, che lo sfondamento dello 0,5% l’Ue lo ha concesso solo per affrontare quel capitolo.
Intanto il governo ha aggiornato le stime del Def registrando un Pil ancora in calo dell’1,3% nel 2013 e un deficit in rialzo al 2,4% (al 2,9% con il pagamento dei debiti). Piccoli miglioramenti si registrano sulla pressione fiscale che resta record, al 44,4% del Pil, ma sotto le previsioni che lo davano al 45,3%. Peggiora invece la stima del tasso di disoccupazione che toccherà quest’anno l’11,6%, più dell’11,4% previsto.
La cura Monti sembra invece aver funzionato sullo spread, suo primo obiettivo: il governo ha infatti ridotto di 5,3 miliardi la stima per la spesa di interessi che quest’anno si attesterà a 83,9 miliardi contro gli 89,2 miliardi previsti lo scorso novembre. La spesa per interessi si riduce rispetto agli 86,7 miliardi del 2012, ma salirà comunque a 90,3 miliardi nel 2014.
Il Def (documento economico e finanziario) dovrebbe arrivare entro il 10 aprile, in probabile concomitanza con la chiusura della procedura avviata da Bruxelles per deficit eccessivo, che dovrebbe creare lo spazio necessario per il pagamento dei debiti. Almeno questo è l’auspicio del governo che dovrà vedersela con quanti, in seno all’Ue, ritengono che la chiusura della procedura possa venire concessa solo se il rapporto deficit/Pil resta quello attuale.

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