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Il nuovo Patto di stabilità colpisce Roma e Milano

A livello complessivo non cambia nulla, nel senso che il Patto di stabilità 2014 non aumenta le proprie richieste all’insieme dei Comuni, anzi, mette sul piatto un miliardo di euro per nuovi pagamenti collegati a opere e investimenti. Nei singoli Comuni, però, le nuove regole innescano una roulette dei numeri, che possono aumentare fin quasi al 50% l’obiettivo da rispettare per non incorrere nelle sanzioni e, nel caso limite di L’Aquila, arrivano a triplicare abbondantemente il target. Naturalmente, se l’obiettivo totale resta immutato, i rincari per alcuni Comuni sono compensati da sconti per altri. Per una ragione matematica più che per ironia della sorte, i numeri sono più pesanti proprio per i sindaci più colpiti dalla spending review.
Com’è possibile? La «virtuosità» delle gestioni, sempre al centro del dibattito ma praticamente assente nelle norme effettive, c’entra poco. La roulette è mossa da un semplice aggiornamento delle basi di calcolo, che nel mare del disegno di legge di stabilità quasi scompare, ma è in grado nei singoli Comuni di rivoluzionare i conti. Il Patto di stabilità seguirà anche nel 2014 il meccanismo di sempre, che per individuare il saldo di bilancio necessario a rispettare le regole di finanza pubblica applica un moltiplicatore alla spesa corrente media del Comune. La novità è proprio qui, perché la spesa media da considerare sarà quella del 2009-2011 e non più quella del 2007-2009, come accaduto fino a quest’anno. Un aggiornamento dettato ovviamente dal passare degli anni, ma tutt’altro che neutro.
Per il complesso dei Comuni la spesa corrente del nuovo triennio di riferimento non è cresciuta, tant’è vero che basta una piccola limatura del moltiplicatore (dal 14,80% del 2013 al 14,07%) per evitare contraccolpi. Come sempre, però, quando si scende dai dati generali a quelli reali delle singole amministrazioni la musica cambia di parecchio.
Tra le grandi città le notizie peggiori arrivano da Roma, dove le regole generali chiederebbero un saldo positivo da 305 milioni (contro i 210 calcolati con le vecchie regole), ma dove le norme «ad Urbem», dal decreto Salva-Roma alle trattative bilaterali con l’Economia, possono cambiare il quadro. Meno flessibili le regole per Milano, che nell’anno di vigilia dell’Expo si trova un aumento del 20% tondo (35 milioni in più) nel conto presentato dal Patto. Paradossale il caso di L’Aquila (+220%), dove la base di calcolo è gonfiata dalle spese di ricostruzione che l’Anci in un emendamento chiede di escludere. Pessime le notizie per Teramo (obiettivo in crescita del 42,1% rispetto a quello presentato dal vecchio metodo di calcolo), Latina (+27,4%) e Brindisi (+22,4%); ottime invece per Firenze (-9%), Palermo (-9,5%) e soprattutto Napoli, il capoluogo più beneficiato dai nuovi parametri che offrono uno sconto del 26,4%: per evitare questa giostra, l’Anci chiede con un emendamento di introdurre una clausola di salvaguardia che eviti distanze siderali tra i risultati con i vecchi e i nuovi parametri, con un meccanismo analogo a quello adottato quando sono state riviste le basi di calcolo della spending review.
In questi numeri, e nella rassegna completa proposta nella tabella qui a fianco, è difficile scorgere la “meritocrazia”, a meno di non voler annoverare Napoli (in pre-dissesto) come il capoluogo più «virtuoso» d’Italia. In teoria, parametrare gli obiettivi di Patto alle uscite dei Comuni dovrebbe castigare le amministrazioni più smodate nelle spese, ma non è così. A Milano, per esempio, la mole di spesa corrente è cresciuta negli anni soprattutto perché il contratto di servizio con Atm è entrato nei bilanci (prima il servizio era in concessione), e peraltro si carica i costi della rete nei Comuni confinanti: Milano riceve compensazioni, ma quando si guarda solo alla spesa le entrate non si vedono.
I contratti di servizio per trasporti e rifiuti pesano nei conti di tanti capoluoghi e sono gli stessi fattori che gonfiano i tagli della spending review, anch’essi parametrati alle stesse voci di spesa: in pratica, la spending review, fondata sui dati 2013, dà il primo colpo e il Patto, basato sulle uscite 2009-2011, assesta il secondo.
In questo quadro, l’unica chance per riequilibrare le richieste passa dalla distribuzione del miliardo aggiuntivo, che al momento è previsto solo nel 2014, mentre i Comuni chiedono di renderlo strutturale: anche perché, con il bonus di un anno solo, non si fanno nuovi investimenti (le opere si pagano in più anni), ma ci si limita a favorire ancora una volta chi ha pagamenti arretrati e bloccati in cassa per scarsa capacità di programmazione. Nemmeno qui, però, sembra farsi spazio la “virtù” dei conti, perché il disegno di legge di stabilità prevede di assegnare le risorse in misura proporzionale alle richieste che arriveranno entro metà febbraio. Un criterio, quest’ultimo, che rischia di creare controsensi, e di premiare i Comuni più “audaci” nelle richieste a prescindere dalle effettive necessità e dalle dimensioni stesse del bilancio.

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