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Il nuovo Centauro alla prova del dopo Geronzi

di Massimo Mucchetti

Con il consiglio di amministrazione di mercoledì 21 settembre, Mediobanca si prepara all'assemblea del 28 ottobre, la prima del dopo Geronzi. Ma l'aver allontanato il banchiere romano dalla banca e dalla sua principale partecipazione, le Generali, non porterà alla restaurazione. La memoria del fondatore Enrico Cuccia e del suo delfino, Vincenzo Maranghi, sono sempre coltivate con cura. E però, mentre la Grande Contrazione, come la chiama Kenneth Rogoff, rimpicciolisce l'intera economia, Mediobanca è ormai diventata un'azienda diversa che opera in un mondo dove tutto cambia: politica, azionisti, attività bancaria.
Passate ambiguità
Negli anni 90, con la privatizzazione della banche Iri sue azioniste, Mediobanca sembrava aver risolto l'ambiguità proprietaria che indusse Cuccia a paragonarla a un Centauro, mezzo pubblico e mezzo privato. Ma nel frattempo un nuovo Centauro, mezza banca e mezza holding di partecipazioni, aveva preso il posto del vecchio: la quota Generali che triplica, la presa di Montedison, l'imposizione del sindacato azionario in Fiat.
Ora le partecipazioni sono meno. Ne sono state dismesse per 3 miliardi. E però pesano. Anche per ragioni tecniche. Basti pensare che, nel precedente esercizio, da Generali furono incassati 72 milioni come dividendi, ma, essendo Generali contabilizzata al patrimonio netto, al risultato di Mediobanca venne attribuita la quota di competenza dell'utile della compagnia, pari al triplo. Talché metà dell'utile di Piazzetta Cuccia derivava da questo. Potenzialmente delicata è l'incidenza del pacchetto Generali sul patrimonio di vigilanza: oggi è meno di 200 milioni su 6 miliardi; domani, con la direttiva Ue sui conglomerati finanziari sarà ancora così, ma, se prevalesse Basilea 3, il pacchetto Generali assorbirebbe 1,8 miliardi di patrimonio di vigilanza riducendo di 3 punti il core Tier 1, e questo sarebbe un problema. È vero che Mediobanca avrebbe 5 anni per registrare la botta e dunque potrebbe ricostituire il core Tier 1 al 10-11% degli attivi ponderati per il rischio con gli utili, ma più accantonamenti vorrebbe dire meno dividendi e la cosa non aiuterebbe.
Ritorni attesi
Tutti questi problemi negli anni 90 non c'erano. Adesso, Mediobanca dovrà considerare il differente ritorno delle diverse attività sul capitale investito. Poiché quello delle partecipazioni non è enorme, il management tenderà a ridurre le partecipazioni. Ma le quotazioni stracciate sconsigliano vendite a breve. Le minusvalenze teoriche, dopo il terribile agosto, sono peggiorate rispetto a quelle registrabili al 30 giugno, quando chiude l'esercizio. Data la sua storia, Mediobanca non potrebbe comunque vendere Generali al primo che passa disposto a pagare un premio. Anche per questo Mediobanca ha fatto sentire la propria voce in Generali, Gemina, Rcs Media Group, Pirelli (quella che ora si difende meglio) e Telco che ha svalutato le azioni Telecom da 2,2 euro a 1,8 quando ora quotano meno di 0,8 euro. Cambiamenti sono già stati favoriti, ma la sentenza la daranno i mercati.
Focus sull'economia
La focalizzazione sulla banca, sotto la guida di Alberto Nagel, porterà a privilegiare i prestiti alle imprese e il merchant banking cercando spazio anche in Cina e Turchia, ma verranno pure sostenute le gestioni patrimoniali e il credito al consumo. D'altra parte, su 36 miliardi di impieghi il settore corporate ne assorbe un po' meno della metà. E tuttavia il secondo Centauro resta e pone la questione dei rapporti politici.
Alla fine degli anni 90, alla tradizionale autonomia della banca si accompagnava la disattenzione della politica: quando Maranghi avvertì palazzo Chigi che la scalata di Fiat ed Efd alla Montedison avrebbe consegnato Montedison ai francesi perché Torino non aveva i conti a posto, non trovò alcun ascolto (e ora si strepita contro lo straniero). È con la scomparsa di Cuccia e l'uscita di Maranghi che la politica ci prova: la famiglia Berlusconi entra nel patto di sindacato; Geronzi, il banchiere dei partiti amico di Silvio, arriva addirittura alla presidenza. Ora, la tentata invasione è respinta. Marina Berlusconi è rimasta. Rispettosa. Senza difendere il banchiere romano amico. La novità, semmai, sono le fondazioni bancarie, soggetti di diritto privato che perseguono l'interesse pubblico e che hanno acquisito circa l'8%. Gli uomini di questo mondo, specialmente Fabrizio Palenzona, vicepresidente Unicredit, hanno difeso i manager da Geronzi. Le fondazioni non entrano nel patto, ma in consiglio e nel collegio sindacale, sempre che Assogestioni non prenda più voti. In ogni caso, fondazioni e fondi guardano ai risultati forse con maggior rigore di altri soci che possono avere o sognare intrecci d'affari con la banca. Una sfida per il management, che appare più forte anche grazie all'aumento degli indipendenti in consiglio e all'esclusione degli amministratori in potenziale conflitto d'interessi dal comitato nomine.
I risultati, dunque. Banca Imi, del concorrente gruppo Intesa Sanpaolo, attende un utile di 372 milioni in Mediobanca dopo svalutazioni per 250 milioni; per l'anno prossimo, 593 milioni al lordo di possibili svalutazioni. Non male, se si considerano il costo crescente della raccolta. Mediobanca quota poco più di un terzo dei massimi degli ultimi 5 anni, Intesa Sanpaolo meno di un quinto e Unicredit poco più di un decimo. I Cds Mediobanca (il costo di assicurazione del debito) sono esplosi oltre i 400 punti, ma le altre banche e il Tesoro pagano di più. D'altra parte, dei 52 miliardi raccolti il 30% è liquidità poco investita in titoli di Stato.

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