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Il nuovo allarme conti manda a picco Saipem

Saipem rivive l’incubo della bastonatura degli investitori. Che con rabbia hanno venduto fin dall’avvio il titolo in Borsa, scambiando il 6% del capitale al prezzo di 14,24 euro, -29,19%. È la reazione all’allarme utili lanciato venerdì sera, il secondo in cinque mesi, che ha azzerato le stime di margine netto (750 milioni) annunciando un 2013 in rosso per 300/350 milioni. Per metà legato ai problemi in Algeria, il resto dovuto alla cattiva gestione di due contratti – in Messico e in Canada – e alla produttività sotto le attese della nave posa tubi Castorone.

Raramente si sono letti pareri tanto univoci e critici. E vanamente la Consob ha tentato di arginare la piena ribassista vietando, ieri e oggi, le vendite allo scoperto su Saipem. Mediobanca, Kepler, Merrill Lynch, Intesa Sanpaolo, Exane Bnp, Credit Suisse, Banca Akros (Bpm), e forse altri hanno ridotto stime e raccomandazioni. «Saipem rimarrà uninvestable finché non scioglierà le maggiori incertezze – ha scritto l’ufficio studi svizzero – che riguardano le multe per la corruzione in Algeria e le richieste danni di Sonatrach, il ripristino della redditività nell’Ingegneria & Costruzioni, la posizione finanziaria tra flussi di cassa e debito; lo status del vice ad Hugh O’Donnell, che temiamo sarà forzato a lasciare ». O’Donnell è tra i pochi della vecchia guardia resistiti al ricambio imposto da Eni sei mesi fa, quando s’insediò il nuovo ad Pietro Vergine. Le parole di Paolo Scaroni (al vertice dell’Eni che possiede il 43% di Saipem) non sembrano preludere a cambiamenti: «Gli effetti sono relativamente modesti per noi perché Saipem rappresenta il 6% dei nostri attivi: certo, siamo molto dispiaciuti » ha detto Scaroni, che esclude altre sorprese perché «ci sono segnali positivi dal portafoglio ordini» e conferma «grande fiducia nel management Saipem ». Sul futuro strategico della società, legata a doppio filo all’Eni che oltre a controllarla e sceglierne i vertici ne è buon cliente e ne finanzia il 98% del debito, Scaroni ha detto: «Gli ultimi avvenimenti portano a rallentare le riflessioni sulla possibile cessione di quote». Anche perché già ieri la quota Eni si è deprezzata di 2,7 miliardi; in più l’azione Eni ha perso il 2,14%.
La parte maggiore dei problemi deriva dall’Algeria, dove i rapporti con Sonatrach sono precipitati nell’ultimo mese, quando anche nel paese africano l’inchiesta sugli affari tra gli italiani e la compagnia di stato è salita di livello, e ora punta al reato di corruzione internazionale com’è a Milano per Eni e Saipem. La quasi assenza di rapporti commerciali con i dirigenti Sonatrach rende impossibile negoziare le penali per i ritardi su alcuni progetti, anche dovuti alle agitazioni della Primavera araba. Sugli aspetti finanziari diSaipem, invece, il vertice non sembra timoroso per il debito, che salirà da 4,2 miliardi di fine 2012 a oltre 5 miliardi quest’anno. Ma il punto più critico appare il ristoro della credibilità di Saipem, per un decennio perla dell’ingegneria nazionale e che dopo due topiche in cinque mesi preoccupa i mercati e fa riecheggiare i dubbi sull’affidabilità delle quotateitaliane.
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