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Il no di Berlino spaventa Borse e spread

Capitombolo, un po’ inaspettato, ieri dei mercati. Tutti i listini europei sono crollati: Milano, maglia nera, ha chiuso in calo del 4% schiacciata dal comparto dei titoli bancari (-6,9%). Molto male anche Madrid (-3,7%). Ribassi più contenuti, invece, per Parigi (-2,2%), Francoforte (-2,1%) e Londra (-1,1%).
Alta tensione, e non poteva essere altrimenti, anche sul fronte degli spread. Il differenziale BTp-Bund, venerdì scorso a quota 422, è cresciuto fino a 456 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 6%. Lo spread di Madrid, dal canto suo, è balzato a 519 basis point (erano 479 prima del week end) a fronte di un saggio del Bonos decennale del 6,65%.
L’ennesimo allargarsi dei differenziali, insomma. Che ieri, però, è stato agevolato dallo stesso decennale di Berlino. Quest’ultimo, infatti, è stato contagiato da quella volatilità che, fino a poco tempo fa, caratterizzava solo i debiti periferici di Eurolandia. Tanto che, se venerdì scorso, il rendimento del Bund era all’1,58%, nella prima giornata della settimana è sceso all’1,46%.
L’Europa «separata»
Fin qui i freddi numeri: ma quali le motivazioni di simili movimenti? In primis, indubbiamente, c’è stato l’effetto negativo dell’intervento del premier tedesco. «Mi preoccupa – ha dichiarato Angela Merkel- che all’Euro summit di giovedì prossimo» si parli troppo di condivisione del debito, «e poco di migliorare i controlli e di misure strutturali». Di fatto, ha ripetuto il suo triplice «nein»: agli Eurobond, agli aiuti diretti alle banche dal Fondo salva-Stati e agli acquisti dello stesso di bond governativi per calmierare gli spread. A ben vedere, la posizione era chiara e nota. Quindi, perchè una simile reazione? «Il mercato è spesso irrazionale – è il leit motive degli operatori -. Certo, tutti sono consapevoli» che da un singolo meeting non può scaturire «la soluzione finale del problema». E, tuttavia, il rimarcare così le distanze ha concretizzato con forza il muro che separa la Germania e i Paesi latini dell’Europa. Una presa di posizione che, giocforza, ha «sgonfiato le aspettative sul summit», spingendo i “sell”.
L’aiuto a Madrid
Quelle vendite che, peraltro, hanno trovato un terreno comunque già fertile. In mattinata, infatti, la Spagna aveva formalizzato la richiesta d’aiuti per sue le banche. Un passo che però, non esplicitando l’ammontare definitivo (nonostante l’indicazione di 62 miliardi dei consulenti indipendenti), ha dato corpo all’ipotesi che si possa raggiungere il tetto massimo dei 100 miliardi. E non solo. Come se ciò non bastasse, si sono aggiunti due rumor: il primo di un possibile downgrade delle banche spagnole da parte di Moody’s; il secondo, dell’imminente richiesta di un supporto da Bruxelles per le banche della Repubblica di Cipro. In un simile contesto, con i volumi bassi, ben può comprendersi il perchè dello tsunami di vendite sugli istituti di credito europei: da quelli iberici (-4,83%) fino a quelli italiani.
Già, gli istituti italiani. Sul mercato milanese, è l’indicazione rimbalzata da molte le sale operative, ha poi indubbiamente pesato la voce di elezioni anticipate. L’ipotesi, al fine di guadagnare qualche punto percentuale di consenso, di togliere dopo l’estate il sostegno al governo Monti è “uscita” dagli italici confini, per entrare nei report delle case d’investimento internazionali. Una situazione che, giocoforza, ha dato fiato alla speculazione ribassista, incredula di poter aprofittare di un simile (assurdo) assist.
Le Banche centrali e il Bund
Ma non è solo speculazione. A ben vedere, infatti, ieri il rialzo degli spread è stato, per l’appunto, agevolato dagli acquisti sul Bund. Già, ma da parte di chi? «Per comprendere la situazione -risponde Gianluca Garbi, ex ceo di Mts – bisogna guardare all’euro. Ebbene, nonostante le difficoltà dell’Emu, le sue quotazioni sono ancora elevate». L’effetto, evidentemente, «di acquisti da parte delle banche centrali extra Ue che», volendo un dollaro non troppo forte, «comprano asset denominati nella divisa unica. Cioè, comprano Bund». In questo modo, però, gli spread si allargano ancora di più e le Borse Ue amplificano le perdite. Per una volta dettando la linea anche a Wall Street: ieri l’S&500 ha chiuso in ribasso dell’1,6%.

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