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Il Nasdaq torna ai tempi della bolla

La grande corsa del biglietto verde ha raggiunto ieri un nuovo traguardo quando, nel corso delle contrattazioni sui mercati asiatici, il dollar index (che monitora l’andamento del cambio rispetto a un paniere di valute globali) ha toccato un nuovo massimo da 11 anni a 95.5 punti. Livelli che non si vedevano da settembre 2003. Il rally del dollaro è partito la scorsa estate. Dai primi di luglio ad oggi il dollar index ha messo a segno un rialzo del 14 per cento. Questa impennata è legata alla scommessa dei mercati sul fatto che la Fed, dopo aver definitivamente archiviato il Quantitative easing (acquisti di titoli di Stato), metterà mano anche ai tassi di interesse, attualmente ai minimi storici. Se sulla sponda occidentale dell’Atlantico questo è il quadro, su quella orientale sta accadendo l’esatto opposto dato che la Bce ha anch’essa deciso di varare un piano di acquisti di titoli di Stato che dovrebbe ufficialmente partire la prossima settimana. La prospettiva prima e l’annuncio poi delle immissioni di liquidità della Bce hanno depresso le quotazioni dell’euro accentuando la forza del dollaro. Quella di ieri è stata una giornata a due velocità per la moneta unica che ha oscillato tra un minimo di 1,1160 dollari e un massimo di 1,1239 ricevendo una certa spinta dai dati sull’inflazione nell’area euro per il mese di febbraio. La rilevazione sui prezzi al consumo è stata ancora una volta negativa (-0,3%) ma non tanto quanto avevano messo in conto gli analisti (-0,4%). Il rimbalzo alla pubblicazione dei dati è stato di breve durata dato che l’euro è ritornato sotto 1,12 nel finale di seduta. Sul fronte dei titoli di Stato ieri è stata una giornata di vendite. La stragrande maggioranza dei bond governativi ha registrato un rialzo dei tassi di interesse. Rialzi che sono stati più sostenuti per i titoli dei Paesi “core” come Germania, Francia e Austria. Il differenziale di rendimento tra Bund e BTp si è mantenuto per buona parte della seduta sotto la soglia psicologia dei 100 punti per poi superarla di poco nelle ultime ore di scambi. Lo spread ha chiuso a 101 punti, dieci in meno rispetto a quello dell’omologo spagnolo.
Sul fronte azionario la giornata è stata poco mossa. Con l’eccezione di Parigi, che ieri ha perso lo 0,69% con forti vendite su Vivendi (vedi approfondimento in pag. 2 e 3), le principali piazze finanziarie europee hanno chiuso intorno alla parità. Nulla di più facile che gli operatori abbiano colto l’occasione per prendere profitto sulle azioni europee dopo il rally registrato dagli indici in questo primo scorcio di 2015. Da inizio anno lo Stoxx 600 europeo ha guadagnato il 14% contro il 3,7% del paniere globale Msci World. In questi primi mesi – calcola Epfr Global – i fondi azionari europei hanno raccolto 26,4 miliardi di dollari di fondi freschi. Per contro i fondi Usa hanno registrato deflussi per 39,6 miliardi. Se finora i grandi investitori hanno venduto Usa e comprato Europa, sembra che questo trend si sia invertito. Ieri per Wall Street è stata una giornata molto positiva. Soprattutto per il paniere tecnologico Nasdaq che ha superato i 5000 punti come non avveniva da 15 anni. Rispetto ai tempi della bolla internet tuttavia le quotazioni appaiono ben più sostenibili. Per capirlo occorre guardare ai cosiddetti “multipli” di Borsa, cioè al rapporto tra il valore delle azioni e i dati di conto economico delle società. Ad oggi il Nasdaq tratta a un valore di mercato pari a circa 30 volte gli utili normalizzati delle aziende del paniere. Un multiplo elevato (l’S&P 500 vale circa 20 volte gli utili) ma comunque ben distante dai livelli di bolla di 15 anni fa quando – stando alla banca dati S&P Capital IQ – il Nasdaq arrivò a valere oltre 90 volte i profitti.
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