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Il Monte e quel labirinto dello spalma-perdite

Quando il Monte dei Paschi decise di acquistarli da Dresdner Bank, nel dicembre del 2005, i bond «Alexandria» avevano tutte le credenziali per sembrare degli ottimi investimenti. Avevano un rating ultra-sicuro di «Tripla A». Erano garantiti da mutui e da obbligazioni aziendali. Pagavano buoni interessi. Peccato che questi bond «Alexandria» fossero dei complessi e rischiosi Cdo (acronimo di collateralized debt obligations): obbligazioni “salsiccia”, create da Dresdner impacchettando al loro interno un po’ di tutto. Titoli «tossici» che pochi anni dopo sono stati travolti, come tutti i Cdo del mondo, dalla crisi finanziaria. Inizia così l’Odissea dei derivati della banca senese: per coprire le perdite di questo investimento sbagliato, l’istituto ha infatti realizzato altre operazioni finanziarie ad alta tensione. Finendo dalla proverbiale padella alla brace. E reiterando un errore già commesso con altre operazioni finanziarie. Ecco come la finanza può far male anche nella banca più antica del mondo.
Chiodo scaccia chiodo
La vicenda inizia il 15 dicembre del 2005, quando la società veicolo Alexandria Capital emette le obbligazioni per 400 milioni di euro. Mps le acquista per intero. Nel 2009, dopo il crack di Lehman Brothers, questi titoli «tossici» perdono più del 50% del valore: dei 400 milioni investiti, Mps ne perde 220. Così l’istituto senese decide di realizzare un’operazione con Nomura per “tamponare” i danni. Anche quelli d’immagine. Il suo obiettivo è duplice. Da un lato Mps vuole spostare i 220 milioni di perdite dai poco presentabili Cdo Alexandria a un portafoglio di investimenti più adeguati con l’attività di una banca: cioè BTp trentennali. Dall’altro Mps intende spalmare quei 220 milioni di perdite in un’arco di tempo più lungo: 30 anni, appunto.
È così che nasce un’operazione “a latere” di Alexandria, realizzata con Nomura. Funziona così. Mps vende alla banca giapponese i bond Alexandria e in cambio compra 3 miliardi di BTp trentennali «in asset swap» (cioè trasformati da tasso fisso a variabile). Dato che Mps non ha i soldi per fare l’operazione, se li fa prestare dalla stessa Nomura attraverso un pronti contro termine realizzato sugli stessi BTp. Morale: la perdita di Alexandria sparisce e Mps la “spalma” su un arco trentennale di un portafoglio di BTp. Ironia della sorte: dal 2009 i Cdo hanno realizzato grandi rialzi (Nomura probabilmente ci ha fatto un affare comprando Alexandria), mentre Mps si è spostata sui BTp trentennali poco prima della crisi dell’Italia. Insomma: Mps è passata da un bagno di sangue a un altro. Da un cavallo sconfitto a un cavallo perdente. Oggi gli advisor PwC e Eidos Partners sono al lavoro anche per capire a quanto ammontino le perdite effettive di questa operazione.
I dolori di Santorini
Il problema è che Alexandria non è un banale incidente di percorso. Mps ha infatti realizzato altre operazioni speculative negli anni passati, tutte diverse ma spesso con la medesima finalità: cercare di coprire perdite finanziarie con operazioni finanziarie sempre più complesse e speculative. Il caso di Santorini è uno di questi. La vicenda inizia nel 2002, quando Mps realizza un’operazione di «equity collar» con Deutsche Bank sulle azioni Intesa Sanpaolo: con questa operazione Mps intende coprirsi dal rischio Intesa, perché il gruppo possedeva circa il 3% delle azioni della banca milanese.
Il problema nasce qualche anno dopo, quando anche l’«equity collar» inizia ad evidenziare forti perdite. Esattamente come è accaduto al Cdo Alexandria. Così Mps, per coprire questo buco, imbastisce l’operazione Santorini: con Deutsche Bank realizza un «Trs» (cioè una scommessa sull’andamento dei tassi europei e americani). La sua finalità sembra proprio essere quella di guadagnare altrove, per compensare le perdite dell’«equity collar». Insomma: di scacciare con la finanza i dolori della finanza. Piccolo effetto “collaterale”: Santorini prima di essere liquidato era in perdita per 87 milioni nel 2008 e per 61 milioni nel 2009.
Scommesse rischiose
Il problema è che tutte queste operazioni hanno lasciato le ferite nei bilanci. È questo il lascito assai ingombrante del duo Mussari-Vigni, l’ex presidente e direttore generale della banca senese. Non bisogna dimenticare l’operazione AntonVeneta, pagata 10 miliardi nel 2008 e che ha lasciato tracce incancellabili nei conti. La banca di Siena ha cumulato, solo tra il 2011 e i primi 9 mesi del 2012, 6,2 miliardi di perdite. Una cifra che vale oltre la metà del patrimonio netto della banca. E così Mps è l’unico istituto, tra i big italiani, che si ritrova a chiedere aiuto allo Stato. Servivano 3,4 miliardi, oggi saliti a 3,9 miliardi per la probabile pulizia definitiva dai bilanci dalle operazioni azzardate sui derivati. Con un costo salato, dato che si pagheranno tassi di interesse ben sopra quelli di mercato.
Ma più si guarda Mps più ci si accorge di essere in presenza di una banca che della finanza fa il suo mestiere. La banca si è riempita di titoli di Stato italiani, tra l’altro a lunga scadenza e quindi diventati rischiosi in questi anni di crisi, per 26 miliardi: un valore che è due volte e mezza il capitale della banca. Nei momenti cupi della crisi quel portafoglio aveva perdite potenziali per 3 miliardi di euro. Ora la situazione si è ribaltata (per fortuna della banca e dei suoi azionisti), ma rimangono scelte col senno del poi azzardate per la stabilità dell’istituto. Basti pensare che tuttora la banca di Siena ha un portafoglio tra titoli e derivati di 37 miliardi. Enorme. Vale da solo più di un quarto dell’attività di crediti alla clientela, cioè il core business.
Sembra proprio che Mps cercasse di guadagnare aumentando i volumi sulle attività più speculative, quelle finanziarie. Operazioni che potevano andare bene ma anche molto male, come Alexandria, Santorini (e altri derivati) insegnano. Il paradosso tuttavia è che quello di spingersi sulla finanza sembra anche il frutto della “poco fortunata” gestione del credito: Mps è infatti, tra i big italiani, la banca con il più alto livello di sofferenze. I crediti a rischio netti sono ben 17 miliardi, il 12% dell’intero monte prestiti della banca. Come se fosse stato concesso credito negli anni d’oro con una certa “allegria”. E allora, forse, quel giocare con la finanza serviva a compensare i guai che venivano dal credito. La partita si è persa su ambedue i fronti.

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