Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il mondo taglia la «corporate tax»

L’ultima è stata Londra, che dal primo di aprile ha abbassato la tassa sulle imprese dal 24 al 23% e che promette di portarla addirittura al 20 a partire dal 2015. Ma Londra non è l’unica, in questo 2013 di crisi, a ricorrere al taglio della corporate tax – la tassa di base sulle imprese – nel tentativo di dare una spinta all’economia.
In Europa sono due i paesi che hanno fatto compagnia alla Gran Bretagna. Uno è la Svezia, che ha abbassato le tasse sulle imprese dal 26,3 al 22%; l’altro è la Slovenia, che da gennaio è passata dal 18 al 17% e che prevede ulteriori ribassi al 16% nel 2014 e al 15 nel 2015. Promesse di ribassi arrivano anche dalla Danimarca, che vuole portare l’aliquota sulle imprese dal 25 al 22% in tre anni, a cominciare dall’abbassamento di un punto previsto per l’anno prossimo. Tutto il contrario dell’Italia dove – ha ricordato l’Istat la scorsa settimana – la pressione fiscale a fine 2012 ha raggiunto il record del 52 per cento.
Se allarghiamo lo spettro, i paesi che hanno ceduto alla sforbiciata aumentano. Fra i grandi emergenti spicca il Sudafrica, dove una complessa manovra di spostamento delle aliquote ha di fatto abbassato drasticamente la corporate tax effettiva dal 34,55 al 28 per cento. In rampa di lancio c’è anche il Messico, che per quest’anno ha deciso di lasciare invariata la soglia del 30% ma che nel 2014 porterà la corporate tax al 29 dal 2014, e nel 2015 al 28.
In Ucraina, da gennaio, la tassa sulle imprese è passata dal 21 al 19; scenderà al 16% dal 1° gennaio 2014; In Colombia è calata dal 33 al 25%, praticamente lo stesso ha fatto in Giamaica. Altri ritocchi, ma di dimensioni più contenute, ci sono stati in Thailandia, dove la corporate tax è scesa dal 23 al 20%, e in Ecuador, dove è passata dal 23 al 22%; e presto le modifiche arriveranno in Tunisia, dove l’aliquota generale resterà al 30%, ma da gennaio 2014 verrà abbattuta al 10 quella per le aziende che esportano tutto.
In realtà, c’è anche chi quest’anno la tassa sulle imprese l’ha aumentata: il Cile (dal 18,5 al 20%), la Slovacchia (dal 19 al 23), la Serbia (dal 10 al 15) e naturalmente la Grecia al collasso dei conti, dove a inizio gennaio il parlamento ha approvato la legge che porta la corporate tax dal 20 al 26 per cento. Ma in generale la tendenza, nel mondo, è di abbassarla: la corporate tax è scesa in media dello 0,09% nel 2012, è diminuita costantemente negli ultimi dieci anni e diminuirà, con tutta probabilità, ancora anche in questo 2013. Il punto, semmai, è che diminuirà sempre meno: il margine di manovra, dicono gli esperti, per molti Paesi è quasi nullo. Tanto che infatti, s’avanza la tendenza ad aumentare per compensazione un altro tipo di imposte, quelle sul valore aggiunto: è probabile che quest’anno ritoccheranno la tassazione indiretta anche Cina, India e diversi governi mediorientali.
Da un lato, dunque, c’è sempre meno spazio per i tagli. Ma dall’altro c’è il fatto che i tagli non sono tutto. La corporate tax, insomma, non è la bussola migliore per orientare gli investimenti all’estero. O quanto meno non è l’unica. Ne è convinto Domenico Busetto, partner di Kpmg: «Prendiamo il Bahrein, per esempio, dove la corporate tax è zero. È il Paese migliore per investire? No, perché la legislazione italiana tassa il reddito di chi in Bahrein ha una partecipazione societaria». Il che rende la destinazione meno conveniente. E questo al netto dei gruzzoli spostati nei paradisi fiscali ai soli fini dell’elusione delle tasse, Cipro docet.
Cosa dunque rende un Paese attraente, oltre alla corporate tax? «In primo luogo il rispetto delle regole, la certezza del diritto. Quindi – prosegue Busetto – la semplificazione normativa, la solidità del sistema finanziario e la qualità delle risorse professionali». L’abbassamento delle tasse sulle imprese insomma non è determinante: «Non lo è stato in Irlanda, dove non ha potuto evitare il default. Non lo è in Cina, dove un’aliquota piuttosto alta non disincentiva gli investimenti». E non lo è in Brasile: se anche qui si abbassasse la corporate tax di dieci punti, il Paese «rimarrebbe comunque troppo complicato dal punto di vista fiscale, con una giustizia tributaria del tutto inefficace e con una normativa sul transfer pricing che è un rompicapo».
Ciò detto, qual è dunque oggi il miglior paese dove investire? Busetto raccoglie la provocazione: «Scelgo il Regno Unito». Campione di rule of law e di finanza. E che, guarda caso, ha appena abbassato la corporate tax.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La Bce si libera le mani per tenere i tassi ai minimi ancora a lungo, nella sfida decennale per cen...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Vivendi fa un passo indietro in Mediaset, e Fininvest uno in avanti nel capitale di Cologno monzese...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La riforma fiscale partirà con il taglio del cuneo, cioè la differenza tra il costo del lavoro e ...

Oggi sulla stampa