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Il mondo scopre le elezioni «social»

«È accaduto grazie a voi. Grazie». Sono quasi le undici e un quarto di sera quando Obama infrange l’ennesima convenzione. La maggioranza delle tv non gli ha ancora assegnato la vittoria, ma lui si autoproclama. Non dal palco del McCormick Place — da dove parlerà solo qualche ora più tardi — ma su Facebook. E su Twitter: la chiusura perfetta di un’elezione dominata dai social media.
Nel 2008 i cinguettii del sito di microblogging erano una novità per pochi, e Facebook, già potenza non ancora super, era un mondo cool con una popolazione sproporzionatamente giovane, non lo specchio del Paese che è oggi (circa la metà degli americani, 164 milioni, ha un profilo). Quattro anni dopo, secondo una ricerca del Pew Research Center, ben tre quarti degli elettori hanno usato i social per discutere di politica, esprimere le proprie preferenze, convincere amici e «follower» ad andare a votare.
Cavalli e baionette, fascicoli pieni di donne, pupazzi gialli, bambine in lacrime stremate dal prolungarsi estenuante dello scontro politico. I fotomontaggi, le animazioni, i video sulle battute, le gaffe e i passi falsi dei candidati sono quello che più gli utenti ricorderanno, assieme all’aggressività del confronto sulle bacheche, con il tono basso e ingiurioso della campagna esposto e amplificato dalla naturale balcanizzazione del discorso online. Ma il vero scontro tra le due squadre si è giocato dietro le quinte. Di Twitter, certo, grande protagonista quest’anno dei meta racconti dei media sui media. Le opinioni sui dibattiti, le interpretazioni degli snodi cruciali della campagna si sono formate in questa echo chamber, dopo una danza-duello tra giornalisti e spin doctor dei candidati. Martedì notte il sito ha contato 31 milioni di tweet legati al voto con picchi di 327 mila tweet al minuto: un record assoluto.
Ma gli iscritti sono «solo» poco più del 10 per cento degli americani. Ecco perché è stato il gigante Facebook il terreno privilegiato dell’altra partita, ugualmente importante: quella dell’attacco all’elettore indeciso, come se il social network fosse un gigantesco Stato in bilico. Lo scriveva David Talbot sulla Mit Technology Review: i profili dei candidati, perfettamente integrati con i loro siti ufficiali e con le «app» pensate per telefonini e tablet sono state un terreno perfetto per «testare, analizzare e distribuire spot politici perfettamente mirati» data l’enorme quantità di informazioni che ognuno di noi lascia sui social. Il vantaggio di Obama era incolmabile: 32,8 milioni gli iscritti alla sua pagina contro i 12 di Romney. E il presidente l’ha sfruttato fino in fondo. Studi su studi dimostrano l’immenso valore di un messaggio che ti arriva da un tuo «simile», da una persona vicina, da un collega che stimi.
E poi c’è la mobilitazione al voto. Facebook ha fatto da sponda al candidato democratico — che faceva più affidamento su una massiccia affluenza — accogliendo sul sito gli americani over 18 con un invito a recarsi alle urne. Circa 9,7 milioni hanno cliccato sulla spilletta virtuale «Ho votato» che compariva accanto al messaggio.
Ma siamo ancora alle prove generali: i social media vinceranno solo se questa, come dice l’analista tecnologico Marc Andreesen, sarà l’ultima elezione dei social media. Non perché non conteranno più, ma perché saranno tutto e noi lo troveremo normale. Come con la televisione dopo il 1960.

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