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Il modello Fiat fa scuola

di Manola Di Renzo  

Seguire l'esempio Fiat. Sembra sia questo il trend del mercato del lavoro italiano. Negli ultimi tempi abbiamo visto quanto il modello «Mirafiori» sia stato discusso dagli addetti ai lavori come una seria e concreta possibilità di migliorare il sistema, introducendo misure di incremento dell'efficienza e della produttività. Sembra diventare concreta la possibilità della diffusione dei contratti aziendali. E le aziende seguono l'esempio Fiat, decidendo di volerne uno proprio. Se c'è stata la possibilità di farlo in Fiat, altre imprese vogliono provare.


La novità più grande, se vogliamo più innovativa, sta nel fatto che Fiat ha scelto di non farsi rappresentare da un'organizzazione datoriale in fase di stipula del contratto, ma ha agito autonomamente. È un atto che può segnare una svolta. L'importante è valutarne attentamente gli aspetti positivi e quelli negativi.

Le prime perplessità dei protagonisti del mercato del lavoro italiano riguardano la tutela delle imprese più piccole, che sono la maggior parte del sistema imprenditoriale del nostro paese. C'è però da dire che la grandezza di un'azienda, per fatturato o numero dei lavoratori, non determina la capacità di stipulare autonomamente il proprio contratto. Ciò significa quindi che anche ditte di minor entità potrebbero fare altrettanto, magari con il supporto di esperti interni o altri consulenti commissionati per l'occasione.

Anche i lavoratori potrebbero, potenzialmente, decidere di farsi seguire da un giuslavorista o un professionista esperto nella negoziazione del contratto aziendale, senza la necessità di intervento del sindacato. Giustamente alcune parti sociali su questo hanno alzato un coro di proteste.


Il pericolo è palese, sotto gli occhi di tutti. Si può facilmente immaginare il proliferare di una miriade di contratti aziendale «fatti in casa». Ci troveremmo davanti a una babele contrattuale in cui mancherebbero punti di riferimento e regole certe. Senza il contare il pericolo di abusi.

Nella nostra legislazione non vi sono norme che disciplinano l'efficacia di ogni singolo Ccnl, pertanto l'adesione a una determinata associazione datoriale può condizionare la scelta del contratto che viene applicato dall'azienda. Fiat, creando un nuovo assetto societario non associato a Confindustria e ha potuto realizzare un contratto aziendale, completamente valido.

E per quanto riguarda la costituzione delle rappresentanze sindacali, ha applicato l'art. 19 dello Statuto dei lavoratori, il quale dopo il referendum del '95 permette alle sole parti firmatarie del contratto messo in pratica in azienda di costituire suddette rappresentanze.


Noi del Cnai crediamo che la soluzione sia semplicemente nei Ccnl attualmente in vigore, i quali disciplinano già la contrattazione di secondo livello e da cui si può sviluppare quella aziendale. Non serve aggiungere niente altro. Meglio allora, come detto negli scorsi giorni da diversi politici, valorizzare il secondo livello senza vanificare il primo.

Il sistema paese si sta muovendo e il mondo del lavoro ha bisogno di regole più chiare, per tutti i protagonisti: parti sociali, lavoratori, aziende. Potrebbe convenire a tutti.

Un insieme nuovo di relazioni che mirano ad attenuare le conflittualità, intende allo sviluppo della bilateralità, della sussidarietà e di un modello di relazioni di tipo partecipativo.


Torniamo quindi all'importanza di sviluppare i nuovi Ccnl sempre più come contratti cornice del rapporto di lavoro, per dar seguito allo sviluppo della contrattazione territoriale mirante a valorizzare le risorse umane, la produttività aziendale, i rapporti di lavoro. Sono questi i cardini di un cambiamento (in meglio) del mercato del lavoro.

Siamo chiamati a saper rispondere alla sfide imposte dai cambiamenti economici, soprattutto in momenti di crisi, attraverso strumenti e percorsi innovati, per questo abbiamo bisogno di tracciare intorno alle molteplici relazioni che si vanno costituendo uno steccato solido di regole precise e assetti contrattuali moderni.

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