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Il ministro «apre» sul lavoro

A una studentessa che le chiede se si sente di affermare che la generazione dei ventenni di oggi in fondo ha più possibilità di quella dei giovani ventenni di dieci anni fa, il ministro Elsa Fornero dice sì, nel senso che se la sente e sì nel senso che è vero che possono avere più opportunità se si considera che gli sforzi di riforma fatti finora (il riferimento è alla riforma previdenziale) sono finalizzati a rendere il sistema più equilibrato e sostenibile. Poi usa la metafora dell’edificio dalle fondamenta non solide che ora invece lo sono diventate grazie, certo, a quell’operazione di riequilibrio tra le generazione che è stata appunto la riforma previdenziale ma grazie anche alla riforma del lavoro senza la quale l’obiettivo di creare un sistema più sostenibile quindi con più possibilità per i giovani non sarebbe stato raggiungibile. Fornero parla ai giovani dell’università Bocconi di Milano ma cita pure quelli di Modena a cui ha parlato in mattinata proprio della riforma del lavoro, in una sede “particolare” come la Fondazione Marco Biagi.
Ed è da lì che il ministro ha risposto al presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Oggetto dello scambio a distanza l’ipotesi di modificare la riforma. Sulla questione ribadisce la disponibilità a discutere «ogni punto» con il mondo delle imprese, ma anche la convinzione che «non si smantella» una riforma «sulla presunzione che non funziona». Poi nel dettaglio: «Dire che abbiamo ridotto la flessibilità e che siamo contro le imprese, è demagogia. Noi non siamo mai stati contro le imprese». Perché «la flessibilità spregiudicata e i contratti mordi e fuggi sono stati dannosi anche per le imprese». Numeri alla mano a conferma: «Se guardate – dice – il dato della produttività, e quindi la crescita, vediamo che negli ultimi 15 anni è stata stagnante o addirittura decrescente».
Invece, «dietro tutti i cambiamenti normativi c’é l’idea di flessibilità buona», cioè «da una parte cercare maggiore stabilizzazione, soprattutto all’inizio del rapporto di lavoro, e dall’altra avere meno stabilità all’uscita». Quanto agli aggiustamenti prima una riforma deve essere «messa in pratica e vissuta», anche perché «si possono commettere degli errori». A questo proposito, tra le modifiche che si sono rese necessarie dopo una prima messa alla prova, Fornero cita i tre mesi di stop tra un contratto a tempo determinato e un altro. «L’intervallo sta creando qualche problema, me ne rendo conto, sto ricevendo molte lettere, e quindi studieremo qualche altra soluzione». Infine ricorda come con le nuove norme sugli ammortizzatori sociali «abbiamo allargato le tutele. Erano 15 anni che il parlamento aveva disegni di legge per gli ammortizzatori sociali e non riusciva a portarli a termine». Questa «è stata una delle parti più difficili da modificare, perché imprese e sindacati erano attaccati a meccanismi inefficaci e insoddisfacenti, anche da un punto di vista dell’equità». Sicura, il ministro si dichiara pronta a uno scambio di ruoli con gli allievi e a sottoporsi ad un esame. L’idea è coinvolgere le università italiane, «ma anche quella straniere, attraverso un bando pubblico, per valutare la riforma del lavoro, per capire cosa ha funzionato e cosa no».
Quindi le precisazioni, i provvedimenti sulle startup «non sono in contrasto con la riforma del mercato del lavoro». Per le startup, cioè le nuove imprese che puntano tutto sull’innovazione, il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, «mi ha chiesto di pensare a un contratto specifico, che non è per tutte le imprese». Su questo punto, ammette, «sono stata seriamente preoccupata che la nostra riflessione non apparisse in contrasto con la riforma. Noi abbiamo lavorato sul contratto a tempo determinato». Il risultato è che se si «ottiene la qualifica di impresa startup» non si deve giustificare il contratto di lavoro a tempo determinato, perché l’essere startup è già causa del tempo determinato.

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