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«Il Mef resta primo socio di Enel Difficili i cambi di controllo in cda»

«Gli azionisti più rilevanti di Enel sono stati lungimiranti ad accettare di diluirsi approvando l’integrazione con Enel Green Power, con una maggioranza del 99,57% del capitale presente in assemblea. Hanno compreso la portata industriale dell’operazione e la possibilità di crescita di valore della loro partecipazione». Patrizia Grieco, presidente di Enel, parla della governance del gruppo elettrico e dei nuovi equilibri che nasceranno a seguito dell’integrazione della controllata delle rinnovabili, Enel Green Power. Il ministero dell’Economia che, a valle dell’integrazione operativa dal prossimo 31 marzo, scenderà al 23,6% «resterà di gran lunga il primo azionista, ma non dispone già più della maggioranza in assemblea ordinaria», chiosa la presidente. C’è il rischio di ribaltoni nel board? «Sono tecnicamente possibili – spiega – ma li ritengo improbabili. I fondi possono dare, però, segnali importanti sia al management che all’azionista di riferimento, ad esempio sulla composizione delle liste presentate dal socio di maggioranza».
Come si è evoluta la partecipazione degli investitori agli appuntamenti societari di Enel?
Il capitale di Enel è composto per il 51,5% da investitori istituzionali, il 23% da risparmiatori e il 25,5% dal ministero dell’Economia. La governance societaria oggi è un importante fattore di competitività per le aziende, in termini di capacità di attrarre e mantenere nel capitale gli investitori. La presenza dei fondi di investimento nelle nostre assemblee è passata dall’8,5% del capitale nel 2010 al 27,50% nell’ultima assemblea dell’11 gennaio 2016. Il combinato disposto degli effetti derivanti dalle novità normative che hanno introdotto la record date e il say-on-pay, nonché agevolato la raccolta delle deleghe di voto, ha incentivato sicuramente la partecipazione degli investitori istituzionali, tanto che ormai da anni Enel ha avviato una politica di sempre maggiore attenzione verso le esigenze espresse da tali investitori.
Quali sono i temi sui quali vi spronano i fondi?
Alla tradizionale interazione di tipo economico-finanziario si è aggiunta nel tempo un’interlocuzione su temi come la sostenibilità, mentre stanno assumendo crescente importanza i temi di governance societaria. Sono tutte componenti di una stessa cosa: la capacità di un’azienda di competere sul mercato».

Il mercato chiede alle società quotate la semplificazione delle strutture societarie. Non è un caso che Enel abbia intrapreso una serie di riorganizzazioni, come il riassetto in America Latina o la cessione di una quota di Endesa alla fine del 2014, che tendono a semplificare la catena di controllo per rendere più trasparenti le dinamiche del gruppo. In queste settimane ci sono grandi investitori istituzionali esteri che stanno scrivendo alle società quotate come la nostra pregandole di non avere a cuore soltanto i risultati di breve termine, ma di guardare soprattutto alla sostenibilità dell’azienda e alla sua capacità di generare valore nel lungo termine. Da questo punto di vista considero significativi anche i giudizi di S&P e di Moody’s, che nei giorni scorsi hanno confermato il rating di Enel e l’outlook a stabile, mentre il quadro delle utility europee non lo è altrettanto. In molti casi le agenzie hanno rivisto sia l’outlook che il rating, perchè il calo dei prezzi dell’energia avrà per molte società un impatto importante. Penso che per Enel questo non sia avvenuto perché il nostro piano strategico cerca di mitigare al massimo il rischio legato ai prezzi. Il 70% delle nostre attività da piano sono regolate o quasi regolate e tale percentuale è destinata ad aumentare fino al 75% nell’arco di piano.
L’integrazione tra Enel e Egp va nel senso di ridurre la catena di controllo, ma al contempo ha effetti diluitivi sui soci della capogruppo che avrebbero potuto creare qualche mal di pancia. A partire dall’azionista pubblico
L’integrazione di Egp è stata approvata in assemblea con una maggioranza del 99,57 per cento . Credo che sia stata apprezzata la chiarezza del piano strategico di Enel, che fa perno su due grandi filoni di crescita: le energie rinnovabili e reti sempre più intelligenti. Nell’ambito di questo piano, l’integrazione di Egp, alla quale è destinato il 53% degli investimenti per la crescita del gruppo nei prossimi 5 anni, costituisce un processo del tutto naturale.
C’è chi obietta che l’integrazione industriale poteva essere raggiunta anche senza l’integrazione azionaria e che in realtà l’operazione rappresenta un modo per rafforzare Enel, con un aumento di capitale da circa 3 miliardi, in un periodo difficile per le utilities
Penso che l’operazione rafforzi la capacità di Enel di dare attuazione al piano strategico. Credo invece che siano stati lungimiranti gli azionisti di Enel ad accettare di diluirsi attraverso l’integrazione. E se lo hanno fatto approvando l’operazione con una percentuale del 99,57% del capitale presente in assemblea vuol dire che erano convinti che fosse l’operazione giusta.
Perchè ritiene che il ministero dell’Economia abbia accettato di scendere sotto il 25,5%, rendendo più contendibile la società?
La domanda andrebbe posta al ministero. Posso dire che evidentemente quest’ultimo ha condiviso l’importanza di una grande operazione industriale e la possibilità di una crescita di valore della partecipazione in Enel grazie a questa integrazione.
Non c’è la preoccupazione che lo Stato possa perdere il controllo di Enel?
A valle dell’integrazione con Egp il ministero dell’Economia si attesterà attorno al 23,6% del capitale di Enel. Lo Stato resta di gran lunga il più grande azionista. Ma non può sfuggire il fatto che, guardando ai dati delle ultime due assemblee di Enel, il socio pubblico è risultato non disporre più della maggioranza nell’assemblea ordinaria. In particolare, nell’ultimo general meeting era presente il 53% del capitale: di questo il 25,5% era rappresentato dal ministero e il 27,5% dagli investitori istituzionali.
Dunque, già navigate in acque libere…
Navighiamo in acque in cui la capacità di avere un colloquio aperto e trasparente verso tutti gli investitori e una governance efficace sono la garanzia per poter aggregare il maggior numero di voti attorno alle proposte formulate dal cda in vista delle assemblee.
Nel 2017 scadrà il cda. Esiste il rischio che i fondi possano aggregare i voti su una lista alternativa che potrebbe prendere il controllo del board?
Tecnicamente è possibile, ma lo ritengo improbabile, perchè l’attitudine dei fondi è quella di non avere responsabilità di gestione e quindi di presentare liste di minoranza e non di maggioranza. I fondi possono dare, però, segnali importanti sia al management che all’azionista di riferimento, ad esempio sulla composizione delle liste presentate dal socio di maggioranza. È già successo in alcune grandi società (Unicredit e Telecom, ndr), dove la lista di minoranza ha ottenuto la maggioranza dei voti. I rischi di contendibilità sono poi più limitati, perché i fondi – che sono circa 600 nel nostro azionariato – avrebbero difficoltà obiettive ad aggregare tanti azionisti da poter raggiungere un’adesione del 75% del capitale a un’Opa totalitaria. L’adesione di tale percentuale è richiesta dalla legge perché l’Opa possa far decadere il limite al possesso azionario e al diritto di voto, oggi fissato dallo statuto (e da un Dpcm, ndr) al 3% del capitale.
In qualche modo state facendo da apripista. Pensa che sia un modello esportabile in altre società per prossime operazioni di privatizzazione?
Non c’è dubbio che Enel sia la prima delle grandi società partecipate dallo Stato che sta vivendo un percorso di questo tipo. Se il modello sia esportabile dipende dalle decisioni del ministero dell’Economia. Posso solo dire che noi eravamo e siamo bene attrezzati per questo tipo di percorso.
Il titolo, però, in Borsa continua a soffrire
Il titolo risente di un momento che non premia né l’industria, né un settore su cui pesano inevitabilmente il calo dei prezzi delle commodity e dell’elettricità, nonché le instabilità geopolitiche. In un contesto del genere, il titolo Enel si difende bene, andando decisamente meglio del comparto e dell’indice di riferimento per l’Italia: ha perso meno del 4% dall’inizio dell’anno, mentre il settore delle utility europee ha perso circa il 7% e il Ftse/Mib oltre il 15 per cento.

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