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Il maxi-emendamento al test verità

di Antonello Cherchi

Si alzerà quest'oggi il velo sulle risposte del Governo al pressing europeo che chiede all'Italia misure concrete contro la crisi. Palazzo Chigi, infatti, presenterà al Senato il maxi-emendamento al disegno di legge di stabilità che il consiglio dei ministri ha approvato nella seduta di mercoledì scorso, ma di cui finora non si è visto alcun testo ufficiale. Quattro giorni di attesa, conditi dalle indiscrezioni sugli interventi possibili, con l'unica certezza delle misure che non ci saranno, ovvero quelle sulle pensioni e sui patrimoni.

Il maxi-emendamento sarà dirottato verso la commissione Bilancio, che ha all'esame il Ddl di stabilità, dove si unirà a tutte le altre proposte di modifica che il Senato dovrà vagliare a partire da questa settimana, così da poter far arrivare il testo in Aula la prossima.

Il tutto si articolerà con sullo sfondo i continui richiami dell'Unione, a cui si sono uniti nel corso del G-20 dei giorni scorsi anche quelli del Fondo monetario, e una crisi politica diventata sempre più indecifrabile, con defezioni dal Popolo della libertà, dissidenti che rimangono ma annunciano di astenersi nelle votazioni parlamentari, critici del Cavaliere che, invece, ritornano sulle loro posizioni. I numeri della maggioranza, insomma, sono traballanti più che mai e il rischio per il Governo di non farcela è diventato assai serio alla Camera, dove il margine è sempre stato più risicato che al Senato.

Per il momento, quindi, la fiducia che il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato sul maxi-emendamento non rappresenta un problema, proprio perché a Palazzo Madama i numeri la maggioranza ce li ha. Alla Camera, invece, il problema c'è. Eccome. E non è detto che si debba attendere l'arrivo del Ddl di stabilità a Montecitorio per rendersene conto. Mercoledì, infatti, l'aula della Camera sarà alle prese con il voto sul rendiconto generale dello Stato, sul quale la maggioranza è già stata battuta l'undici ottobre (si veda anche l'articolo sotto).

La settimana politica e parlamentare, insomma, si apre al l'insegna dell'incertezza, con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nei giorni scorsi ha ammonito a più riprese sulla gravità del momento, chiedendo interventi concreti; le opposizioni disponibili a un gesto di responsabilità, ma a condizione che Berlusconi si faccia da parte; la maggioranza che non vede alternativa: o si conclude la legislatura con questo Esecutivo o si va alle elezioni. L'ipotesi di governo tecnico non fa parte dell'orizzonte né del Pdl, né tantomeno della Lega.

Il vero problema è che le crepe nella maggioranza non sono solo quelle rese visibili dai cambi di casacca di esponenti del Pdl o dalle lettere al Cavaliere da parte di esponenti del suo partito perché passi la mano. È, infatti, emblematico quanto accaduto sul decreto legge sviluppo, annunciato già all'indomani dell'approvazione della manovra di Ferragosto e finora mai arrivato. Nonostante il consiglio dei ministri straordinario del 24 ottobre, il Governo è riuscito a mettere insieme solo una lettera di intenti che spazia dal mercato del lavoro (con il passaggio assai criticato sulla riforma dei licenziamenti) ai sostegni all'imprenditoria, dalla previdenza alla giustizia. Niente di più.

Stessa storia si è ripetuta mercoledì scorso, quando il consiglio dei ministri ha partorito un maxi-emendamento che, di fatto, fino a oggi è rimasto un fantasma. Segnale di divergenze fra Pdl e Lega e fra gli stessi ministri Pdl sulle misure da mettere in campo per contrastare la crisi e ridare vigore alla crescita economica. Con Bruxelles e Washington in attesa di un segnale concreto e una pazienza che si assottiglia, insieme alla credibilità internazionale del nostro Paese.

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