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Il maxi-compenso è bancarotta

Il commercialista che incassa assegni esorbitanti per asserite «prestazioni professionali» risponde di concorso in bancarotta per distrazione. Neppure la predisposizione di scritture private finalizzate a precostituirsi prove a discarico può alleggerire la reponsabilità del professionista travolto dal crac dell’impresa assistita.
Con una lunga motivazione, la Quinta penale della Cassazione (sentenza 21838/14, depositata ieri) ha confermato una serie di condanne irrogate dalla Corte d’appello di Taranto a margine di un fallimento del 2004, con una distrazione fraudolenta complessiva dalle casse sociali di oltre un milione di euro, gran parte dei quali versati al commercialista.
In punto di fatto la difesa del professionista aveva sostenuto che gli assegni incassati erano relativi a prestazioni professionali, non fatturate per la pendenza di un procedimento di separazione con la moglie.
I coimputati avevano invece giustificato il depauperamento delle casse sociali con l’affidamento della grossa cifra al loro consulente – il commercialista stesso – per finanziare acquisti immobiliari al fine di abbattere i costi e di ottenere legittimi vantaggi fiscali.
Versioni che i giudici di merito, e in ultima istanza la stessa Corte, hanno respinto, ritenendole peraltro logicamente incompatibili tra loro.
Così come è stata respinta la difesa in punto di diritto del commercialista, che sosteneva di non aver avuto la consapevolezza – a quel tempo – dello stato di dissesto dell’impresa: in tal modo, secondo questa prospettazione, non sarebbe integrato il dolo dell’extraneus che consiste nella volontarietà del suo apporto nel provocare o aggravare il dissesto sociale. Invece, argomenta la Quinta penale, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è un reato di pericolo a dolo generico, pertanto «non è necessaria la consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa, né che abbia agito con lo scopo di recare pregiudizio ai creditori».
Altro argomento difensivo confutato dalla Corte per inquadrare la responsabilità del professionista è il nesso causale tra il depauperamento e il “crac”dell’impresa.
Il collegamento eziologico tra la distrazione e la dichiarazione di fallimento, spiega la Quinta penale, non è necessario, perché «la dichiarazione di fallimento non costituisce l’evento del reato di bancarotta, con la conseguenza che è del tutto irrilevante il nesso tra la condotta realizzatasi con un atto dispositivo – che incide sulla consistenza patrimoniale di un’impresa commerciale – ed il fallimento».

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