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«Il massimo nel rispetto dei conti»

Dal 2016 ci sarà un aumento strutturale dell’assegno pari al 50% della rivalutazione fissata per le mensilità del biennio 2012-2013. E su questo montante si applicherà «l’indicizzazione Letta». Lo ha tenuto a sottolineare il ministro Pier Carlo Padoan in un’audizione a Montecitorio davanti alle commissioni Bilancio e Lavoro di Camera e Senato. Anche perché anche con il decreto varato lunedì il Governo «ancora una volta ha prestato più attenzione a chi ha redditi più contenuti» nonostante la necessità di non mettere a repentaglio il quadro di finanza pubblica comunicato a Bruxelles il mese scorso. «Abbiamo fatto il massimo possibile nei vincoli di bilancio compatibili», ha detto già in mattinata il ministro a Mix24. Il decreto rispetta la sentenza della Consulta e «consentirà all’Italia di rispettare pienamente il quadro delle regole europee e nazionali», ha affermato Padoan ribadendo che per quest’anno restano confermati «i livelli del saldo netto da finanziare» e il rapporto deficit-Pil al 2,6%.
Seppure incalzato in Commissione sulla possibile modifica della legge Fornero con la prossima “stabilità” per introdurre forme di flessibilità in uscita, il ministro si è limitato ad affermare che sono principi enunciati dal premier e che si valuterà la situazione senza troppa fretta. Proprio Matteo Renzi ieri ha riaffermato questa scelta come un «principio di buon senso». «È evidente che bisognava cambiare le regole, si è esagerato soprattutto per alcune categorie» ha aggiunto il premier riferendosi in particolare alle donne per le quali tra il 2011 e il 2018 l’età per l’uscita dal lavoro si incrementerà di quasi sette anni (da 61 a 66,7).
Tornando al decreto, «è per non essere simili alla Grecia che sono state prese queste misure» senza le quali, «non solo romperemmo le regole Ue ma rimetteremmo la finanza su un percorso non sostenibile e quindi anche mettendo in discussione fiducia mercati», ha detto il ministro rispondendo alle critiche dell’opposizione. Un’applicazione integrale della sentenza della Consulta a tutti i pensionati avrebbe prodotto un impatto di 17,6 miliardi sul 2015 al netto degli effetti fiscali e non avrebbe più garantito la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, a cominciare da quella sull’aumento dell’Iva, introdotte dalle ultime due leggi di stabilità.
L’indebitamento netto sarebbe infatti salito al 3,6% nel 2015 e nel 2016 l’indebitamento tendenziale sarebbe passato dall’1,4% all’1,7 per cento. Valori che, ha sottolineato Padoan, «non consentirebbero all’Italia di rispettare le regole di bilancio europee».
Regole che invece non vengono aggirate con l’intervento adottato dal Governo per dare una soluzione al nodo pensioni dopo la pronuncia della Consulta: «Al netto degli effetti fiscali l’onere è di circa 2,2 miliardi miliardi nel 2015 e 500 milioni dal 2016». L’una tantum che arriverà ad agosto ai pensionati per il rimborso degli arretrati sarà sostanzialmente garantita dalle maggiori risorse derivanti dallo differenza tra deficit tendenziale e programmato (il “tesoretto”).
Padoan, che ha anche ricordato il contesto di crisi prolungata nel quale l’esecutivo Monti aveva adottato la sterilizzazione delle pensioni, ha cercato di far capire che il Governo Renzi ha fatto una scelta chiara: favorire le «fasce meno abbienti». Non a caso il “fronte” delle pensioni superiori a sei volte il minimo non viene riconosciuto «nell’ambito di un’impostazione solidaristica sia intra-generazionale sia intergenerazionale in presenza di vincoli di bilancio stringenti». Padoan ha ricordato che il Dl per il biennio 2012-2013 riconosce la rivalutazione del 40% per gli assegni tra 3 e 4 volte il minimo, del 20% per quelli tra 4 e 5 volte il minimo e del 10% per le pensioni tra 5 e 6 volte il minimo. Per il biennio 2014 sarà rimborsato il 20% di quanto previsto per il biennio precedente.
Il ministro nel corso di un question time a Montecitorio si è soffermato anche sulla spending review. Che, ha sottolineato Padoan, rimane al centro dell’azione del Governo. L’obiettivo della revisione della spesa per il 2016 resta quello indicato dal Def: 0,6 punti di Pil ovvero circa 10 miliardi. Padoan ha detto che la spending già avviata nel 2014 e tratteggiata nella legge stabilità 2015 andrà avanti «coinvolgendo gli enti locali, dove proseguirà il processo di efficientamento e di adozione dei costi standard, e le partecipate locali, con piani di razionalizzazione a partire dal trasporto pubblico locale e dalla raccolta rifiuti». I tagli interesseranno anche le amministrazioni centrali e sarà realizzato il riordino delle tax expenditures e degli incentivi alle imprese.

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