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Il made in Italy rialza la testa: metà dei distretti oltre la crisi

«Andiamo meglio, qualche ordine si rivede. E la Russia, nostro primo mercato, è ripartita».

I progressi di Andrea Brotini, imprenditore calzaturiero con la fiorentina Pakerson, non rappresentano un’eccezione. Il capoluogo toscano torna infatti a macinare commesse e proprio da Firenze parte la risalita dei distretti, con l’export che torna a crescere dopo quattro trimestri consecutivi di oblio.

Nel monitor realizzato da Intesa Sanpaolo è evidente il cambio di passo, visibile anzitutto nella pervasività del recupero. Se infatti nel pieno della pandemia il numero delle aree in crescita si era ridotto a 23 (su 158 censite), nel primo trimestre 2021 si balza a quota 98, valore certamente destinato a crescere alla luce delle performance brillanti di aprile e maggio.

Il progresso del 6% tra gennaio e marzo si traduce in un guadagno di 1,7 miliardi in valori assoluti, progresso che avvicina anche la performance del primo trimestre 2019, ora distante meno di tre punti.

Gap peraltro già ampiamente chiuso da ben 77 distretti, con elettrodomestici, metallurgia, mobili, piastrelle e alimentare che si trovano mediamente già oltre i valori assoluti del periodo pre-pandemico (si veda tabella in pagina).

Ragionando per macrosettori, nel confronto con il disastrato 2020, solo un’area resta pesantemente in rosso, rappresentata dai prodotti intermedi della moda. Concia di Arzignano, Tessile di Biella, Seta-Tessile di Como, sono in effetti le aree che perdono di più in valore assoluto, presentando cali a doppia cifra che spesso si allargano prendendo come riferimento il 2019.

All’estremo opposto, a brillare in termini di rimbalzo, guardando ai valori assoluti, sono Pelletteria e Calzature di Firenze (319 milioni recuperati rispetto allo scorso anno), Metalli di Brescia, Oreficeria (ma qui conta parecchio il valore della materia prima) ed Elettrodomestici della Inox Valley. Recupero corale “figlio” di una ripresa del commercio internazionale altrettanto pervasiva, con progressi visibili praticamente in tutte le destinazioni del made in Italy. Francia e Cina sono i mercati in cui le esportazioni dei distretti sono cresciute di più in valore (rispettivamente +376 milioni di euro e +353 milioni).

In entrambi i paesi si sono messe in evidenza in particolare le filiere dei beni di consumo del sistema moda e della meccanica. In Cina, paese in cui la variazione percentuale dei flussi esportati è stata maggiore (+51,1%), si è registrato un progresso importante anche dei distretti Agro-alimentari e del Mobile. Spicca poi il balzo delle esportazioni nella Repubblica di Corea (+36,5%), dove si sono messi in evidenza i distretti del Sistema moda, seguiti da Meccanica, Agro-alimentare e Mobili.

Ma la vera svolta arriva dal nostro primo mercato di sbocco, la Germania, dove l’export è cresciuto di poco meno di 300 milioni (+6,8%) grazie in particolare al traino delle filiere metalmeccaniche. I segnali di ripresa emersi per i beni di consumo del Sistema moda sono poi confermati dal rimbalzo dei flussi diretti verso la Svizzera, sede di importanti hub logistici di diversi gruppi della moda attivi nei distretti italiani, uno dei motivi per cui i volumi sviluppati a Firenze sono effettivamente in ripresa.

Recupero internazionale che in effetti è andato anche oltre le attese, tenendo conto che numerosi mercati chiave, come Cina, Germania e Francia, presentano già nel primo trimestre dell’anno volumi superiori rispetto all’omologo periodo 2019, arrivando dunque già ora oltre i livelli pre-Covid.

Nei prossimi mesi – si legge nel report – l’export distrettuale è atteso proseguire il suo percorso di ripresa e molto verosimilmente diversi distretti già al termine del 2021 potranno completare il recupero di quanto perso sui mercati esteri durante la crisi pandemica.

Le imprese distrettuali potranno infatti cogliere le opportunità di crescita presenti sui mercati internazionali, dove gli scambi sono in forte accelerazione.

Unica eccezione, ancora una volta, il sistema moda. Penalizzato da una prima parte d’anno ancora condizionata dalla pandemia e una propensione al consumo di beni voluttuari che avrà bisogno di tempo per tornare sui livelli pre-crisi.

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