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Il made in Italy conquista l’America

Prosecco, griffe d’alta gamma, tecnologie aerospaziali… Nodo comune fra le tre? Il made in Italy che sbarca in America. Se si parla di esportazioni, la “nuova frontiera” è tutt’altro che stanca: l’export Italia-Stati Uniti ha chiuso i primi nove mesi del 2014 a quota 28,1 miliardi di dollari, su del 10,2% rispetto a un anno fa e con un saldo positivo di quasi 17 miliardi sui volumi dell’import (circa 11,4 miliardi). Stessa energia, nuovi settori in crescita, ricambio continuo di neolaureati e “startupper” in volo sulle fucine imprenditoriali di New York e California. Fattori che dicono la loro in una quota di esportazioni dall’Italia che ha raggiunto l’1,8% nei primi nove mesi di quest’anno, in leggero rialzo dall’1,7% del 2013. L’undicesimo Paese per volumi di export, fuori di poco da una top 10 dominata da Cina e “vicini di casa” come Canada e Messico. «E nel futuro, prevediamo tranquillamente che il giro d’affari supererà i 40 miliardi di dollari» spiega al Sole 24 Ore Pier Paolo Celeste, direttore dell’ufficio di New York dell’agenzia Ice.
Quali sono le fette più grosse, nella produzione italiana che esporta negli Stati Uniti? Il dominio è ancora dei segmenti già noti: meccanica (22,3%, in crescita del 19,3% rispetto al 2013), moda (16,3%), agroalimentare e vino (10,1%) e arredamento (5%). Il balzo in più scatta con la tecnologia avanzata, apripista di un “made in Italy” che si affida meno al marchio e più alla produzione ad alto tasso di specializzazione. I 2,5 miliardi messi a segno nei primi nove mesi 2014 dai prodotti a tecnologia avanzata (Atp) sono in discesa rispetto ai 2,8 di un anno fa, ma rappresentano comunque più del 9% del “pacchetto italiano” di vendite negli Stati Uniti. Quasi metà della quota si concentra sull’aerospazio, con un 45% che vale – da solo – più di un miliardo di dollari. Non male, in uno scenario dove giganti come Boeing e la Space Exploration Techologies Corporation di Elon Musk si sono appena aggiudicati in coppia un contratto da quasi 7 miliardi complessivi per la costruzione dei nuovi “taxi spaziali” per il trasporto degli astronauti Nasa.
Il resto della lista si divide sui vari filoni dell’innovazione: life science (21,38%), automazione flessibile (9,26%), hardware per informatica (9,21%), biotecnologia (6,18%), elettronica (6,08%). «Se siamo innovativi sui prodotti classici non possiamo non essere innovativi sui servizi di tecnologia avanzata – sottolinea Celeste -. Anche in questo caso, il “made in Italy” è molto apprezzato. Parliamo ad esempio delle energie rinnovabili? Scopriamo che l’America ha bisogno delle tecnologie e delle competenze italiane». Certo: l’euro forte incide sui risultati, con profitti alleggeriti dal tasso di cambio. Eppure, spiega Celeste, le ragioni che rinforzano il cordone tra Italia e Stati Uniti vanno ben oltre il dato monetario: «Anche se il dollaro fosse più forte, il discorso non cambierebbe – dice Celeste – Il prodotto italiano vende perché offre di più, dà soddisfazione. Insomma, non tradisce il consumatore dà il massimo del rendimento». Questione di “reputation”, la reputazione conquistata sul mercato. Un principio che non fa discriminazione tra cappelli di paglia realizzati a Firenze e start up a caccia di finanziamenti a New York.
Anche perché è proprio su quella che si gioca un tavolo in crescita negli Stati Uniti: l’e-commerce, il commercio elettronico che veicola quasi un acquisto su 10 nel mercato americano. Clienti, rivenditori e piattaforme digitali viaggiano su più fasce d’età e target di prezzo, con una gamma di prodotti che non esclude il made in Italy. Anzi: «L’e-commerce pesa per il 10-12%. sugli acquisti – spiega Celeste – Abbiamo lavorato e stiamo proponendo degli accordi per far passare i prodotti italiani. Non è solo una questione di rapporti, o di canali: o il prodotto si vende o l’azienda lo elimina». Il mercato, del resto, si sta evolvendo con le nuove generazioni. Quella che influenzerà i consumi di lungo periodo sono i “millenials”, giovani dai 35 anni in giù con gusti ben diversi dai genitori. «Sono più sofisticati, attenti al prodotto. Hanno viaggiato in Europa e vogliono articoli “customizzati” sulle proprie esigenze. Vanno ascoltati perché sono un investimento di lungo periodo» spiega Celeste. E se si pensa ai professionisti al lavoro nella Silicon Valley, in California, il quadro si completa con un’altra specialità italiana: i talenti under 30. «Qui c’è un circolo virtuoso, di creativi e professionisti che si sentono liberi – dice Celeste – C’è un humus di ricerca, progetti scientifici, progetti che si ritrovano con una grandissima facilità».
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