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Il lusso filiera della crescita

Non avere paura e non lasciarsi bloccare dalla paura o contagiare dal pessimismo ancora troppo diffuso nel nostro Paese, che ha invece le risorse, creative e imprenditoriali, per uscire definitivamente dalla crisi. È il messaggio lanciato all’unisono da quattro protagonisti del made in Italy intervenuti ieri al 6° Luxury Summit del Sole 24 Ore. Ripercorrendo la storia recente delle rispettive aziende e considerando la situazione economica attuale e gli scenari futuri, Brunello Cucinelli, Lapo Elkann, Remo Ruffini e Giuseppe Zanotti hanno invitato a difendere l’eccellenza creativa e produttiva italiana, ma soprattutto ad avere una visione di medio-lungo termine e uno sguardo che vada oltre i confini nazionali, con l’obiettivo di portare l’italianità del mondo e far crescere l’economia del Paese: le aziende italiane dell’alto di gamma, con i loro tassi di crescita a due cifre, possono essere volano della ripresa.
Ma per conquistare i mercati esteri ci vogliono molte risorse, specie se si compete, come accade nell’alto di gamma, con i colossi francesi Lvmh e Kering oltre che italiani. Da qui la scelta di Piazza Affari: è il caso di Remo Ruffini con Moncler, di Brunello Cucinelli e di Lapo Elkann con Italia Independent. O quella fatta da Giuseppe Zanotti per la sua azienda di calzature di lusso Vicini: far entrare nel capitale un fondo di private equity.
«Il primo tentativo di quotazione risale al giugno 2011, ma fu abbandonato: alla vigilia del roadshow scoppiò la grande crisi dell’euro, sembrava che la Grecia stesse fallendo e decidemmo di rimandare, ma sapevamo di essere pronti, di aver fatto tutti i passi necessari per presentarci con un progetto credibile sul mercato», ha raccontato Ruffini, presidente e amministratore delegato di Moncler, che nel 2003 rilevò lo storico marchio di piumini nato in Francia nel 1952.
La quotazione è poi avvenuta nel dicembre 2013 e secondo il Financial Times è stata «l’Ipo dell’anno». Ruffini vede però la Borsa come uno strumento e si è dato come regola di pensiero e di gestione aziendale di «non guardare all’andamento giornaliero del titolo né alle reazioni, a volte inspiegabili, degli analisti si risultati trimestrali».
Ruffini ha raccontato che il segreto del successo di Moncler (580,6 milioni di ricavi nel 2013, in crescita del 19% sul 2012, con un utile netto di 98,1 milioni) è di essere partiti da un prodotto, la giacca in piumino, e di averlo fatto “germogliare” in tutti i modi possibili. «Lo sforzo creativo e produttivo e quello sulla ricerca dei materiali e delle forme ci ha permesso di portare sul mercato piumini adatti alla prima della Scala accanto a modelli che piacciono a ragazzi che vanno in snowboard. Agli analisti spaventati, ancora oggi, dalla stagionalità invernale dei nostri prodotti rispondo che l’estivo continuerà a pesare per il 25% del fatturato, non di più. Se le cose cambiassero tradiremmo il nostro Dna, il cliente lo capirebbe e quasi certamente ci volterebbe le spalle, il mercato è pieno di brand».
Sulla stessa linea di pensiero Brunello Cucinelli, che ha raccontato di essersi deciso per la quotazione, avvenuta nell’aprile del 2012, dopo lunghe riflessioni. «Provenendo da 34 anni di azienda patronimica vera, non sapevo come mi sarei sentito sapendo di avere il 33% di soci che non conoscevo, sparsi per il mondo – ha detto l’imprenditore umbro –. È stata una bellissima esperienza. A due anni di distanza, se si ha il coraggio di ascoltare, posso dire che investitori e analisti sono diventati dei consulenti speciali». Cucinelli ha chiuso il 2013 con un fatturato in crescita del 15,5% a 322,5 milioni e un utile netto di 29,6 milioni (+10,9% sul 2012): risultati eccellenti, che l’imprenditore si impone però di guardare con una certa freddezza. «Sono per una crescita garbata dei ricavi, che non stravolga la natura dell’azienda e non comprometta la qualità della produzione. Lo stesso vale per l’aumento dei margini, che non deve avvenire a scapito di una giusta remunerazione del lavoro artigiano», ha aggiunto Cucinelli che della difesa della dignità, anche economica, del lavoro manuale ha fatto da anni un cavallo di battaglia. Una considerazione finale è andata al turismo, in vista di Expo 2015: «Tutti vogliono venire in Italia, vedere il nostro patrimonio artistico e quello naturale, avvicinarsi al nostro stile di vita: le aziende della moda hanno il merito di essere ambasciatrici nel mondo di tutto questo».
Sul patrimonio artigianale italiano ha insistito anche Giuseppe Zanotti, che nell’aprile scorso ha ceduto il 30% della sua Vicini a L-Capital. «La mia passione è disegnare scarpe, sfidare qualsiasi limite tecnico, creare calzature da donna e da uomo uniche e, se possibile, inimitabili – ha raccontato l’imprenditore romagnolo –. Col tempo però l’azienda è molto cresciuta (115 milioni il fatturato 2013, +43% sul 2012) e ho dovuto iniziare a occuparmi di tutti gli aspetti gestionali, di cui ho sempre compreso l’importanza, ma che portano via tempo ed energie al processo creativo. Per questo la mia famiglia ha deciso di cedere il 30% e la scelta è caduta su L-Capital per il supporto che possono darci allo sviluppo in Asia». L’export dell’azienda è già da record (97%), ma la Cina e altri grandi Paesi restavano inesplorati.
Altre dimensioni (24,9 milioni di ricavi nel 2013, +60% sul 2012) e storia più recente quella di Italia Independent Group, azienda fondata da Lapo Elkann con Andrea Tessitore e Giovanni Acconciagioco nel 2006, che nel 2013 ha scelto di quotarsi. «Abbiamo sempre pensato che fosse meglio essere piccoli in un mare sconfinato, magari popolato da squali, invece che i pesci più grandi di uno stagnetto – ha raccontato Elkann –. Ma il grande salto della quotazione è avvenuto su solide basi, non è stato un azzardo né un gioco: Italia Independent crea e produce soprattutto occhiali, ma lo fa puntando sulla creatività e sull’innovazione, cercando di essere sempre un passo avanti. Quando hanno cominciato a copiarci le montature in velluto, noi ci eravamo già inventati quelle che cambiano colore con la luce».
Elkann ha anche proposto di non parlare più di semplice “made in Italy”. «Quello che nasce in questo Paese merita una definizione più profonda di “fatto”: preferisco dire che la forza dei prodotti italiani è che sono created, crafted e conceived in Italy».

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