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Il «lupo» di Wall Street a Piazza Affari

Due ore e quarantanove minuti di vita esagerata raccontata in modo esagerato, dieci anni di spericolata scalata a Wall Street scandita da truffe, sesso, droga, soldi, eccessi di ogni tipo che scorrono in modo duro al punto da sfiorare il grottesco e sollecitare il disgusto. C’è più di quanto si immagina e si è disposti a credere nell’incredibile «Il lupo di Wall Street», il film di Martin Scorsese con la superstar Leonardo DiCaprio che ieri è stato presentato in anteprima a Palazzo Mezzanotte di fronte a un parterre che di finanza se ne intende parecchio ma che non si poteva dire proprio al completo per l’occasione. Il film, distribuito dalla Leone Film Group, che ieri ha festeggiato il primo mese di quotazione con le cinque nomination agli Oscar del «Lupo» , è stato introdotto dal numero uno di Borsa italiana Raffaele Jerusalmi e da Andrea e Raffaella Leone, i figli del «mitico» Sergio, che hanno portato in Piazza Affari la società. Nelle prime file della sala alcuni protagonisti dell’industria e della finanza come Massimo Tononi, Gabriele Galateri, Andrea Guerra, Rodolfo De Benedetti, Massimo Capuano, Carlo Maria Pinardi, Andrea Tessitore e Guglielmo Miani.
La storia è dunque incredibile, ma vera: DiCaprio è Jordan Belfort, che scala Wall Street fra gli anni Ottanta e Novanta, età d’oro per la finanza d’assalto, squali e lupi, truffatori e speculatori senza scrupoli. Raccontata dallo stesso Belfort in un libro e riassunta da DiCaprio in poche parole: «miliardario a 26 anni, carcerato a 36», inizia nel 1986 quando il poco più che ventenne Jordan viene assunto come telefonista cerca clienti dalla Rothschild Lr. Da qui scatta il sogno americano che termina in un incubo. Fallita la società proprio nel giorno in cui diventa broker dopo il crac dell’ottobre 1987, fonda in un magazzino la Stratton Oakmont, una specie di finta sala operativa messa in piedi con maestria per ingannare i risparmiatori. Con il meccanismo classico del «pump and dump», cioè gonfiando e sgonfiando titoli spazzatura, offriva il miraggio di guadagni favolosi. Negli anni Novanta la roulette gli rende 50 milioni di dollari l’anno ma per i clienti la truffa si traduce in una voragine di 200 milioni di dollari. Lui gioca alla grande, la sua vita è sesso, lusso, cocaina e sedativi, potere, con un registro cinico di avidità pura. Ferrari (bianca), Bentley, yacht da 52 metri, lusso, ville, prostitute a tariffa differenziata classificate come gli indici di Borsa. Ma alla fine i fuochi d’artificio si interrompono, la parabola è da crac e l’ex telefonista diventato dio torna tra gli uomini come collaboratore della Fbi. Quest’ultima «prestazione» e la restituzione di un centinaio di milioni di dollari accorciano la pena di Jordan, che in carcere si fa solo 22 mesi. Tornato in libertà non si arrende. Certo, non ricomincia da broker, ma insegna: cosa? Ad avere successo: ha uno show in una tv privata. Amara commedia o,come ha sottolineato lo stesso DiCaprio, «un dramma, lo specchio del nostro tempo». Forse in parte superato, è l’auspicio di chi ha vissuto gli anni bui dei subprime che hanno travolto non solo Manhattan ma l’intero mondo. Ma lo spettro dei Jordan riaffiora di continuo. E le varie crociate contro i super bonus e la finanza spericolata spesso si arenano di fronte a regole disapplicate o facili scorciatoie. I Belfort, più ancora dei lupi, sono ben lontani dall’estinzione. Anche perché, come si è visto in alcune anteprime americane, il super cinico può ancora attrarre, la vita esagerata resta un sogno per molti.

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