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Il lungo iter di una riforma e il faro acceso dalla Consob

L’annuncio del governo risale a martedì scorso, 20 gennaio. Ma già il venerdì precedente, 16 gennaio, fonti vicine a Palazzo Chigi avevano fatto trapelare l’imminenza di un provvedimento legislativo che avrebbe interessato il «mondo del credito», come puntualmente riportato dalle agenzie di stampa e rimbalzato sui quotidiani dell’indomani. 
In Borsa, dove i boatos abitualmente danno valore alle speculazioni, qualcosa aveva già iniziato a muoversi nei giorni precedenti. Prendiamo due titoli tra i sette interessati dal provvedimento del governo Renzi, quello del Banco Popolare e di Ubi, le due banche più grandi e strutturate tra le dieci popolari finite nel mirino del legislatore.
Ubi ha iniziato quella settimana quotando, lunedì 12 gennaio, 5,31 euro. Il venerdì successivo, quando le agenzie battevano la notizia di un imminente provvedimento, quelle stesse azioni chiudevano la settimana a 5,58 euro, con un apprezzamento di 27 centesimi per azione, pari all’8,4 per cento. Senza motivo apparente, dato che all’epoca nessuno aveva ancora parlato di banche «popolari». Un percorso simile è quello dei titoli dell’altra big , il Banco Popolare. Il titolo veronese iniziò quella settimana partendo da quota 8,915 euro e arrivando il venerdì successivo, 16 gennaio, a 9,60 euro con un incremento di 0,685 euro, pari al 13 per cento. Sempre senza motivo.
Ancora più clamoroso quanto è accaduto nei giorni successivi, con la Borsa che ha acceso i fuochi d’artificio sulla scia dell’annuncio del decreto che impone la trasformazione in società per azioni delle prime dieci banche popolari italiane.
Ubi, addirittura, è arrivata a toccare 6,625 euro giovedì scorso prima che venerdì 23 — per tutte le banche interessate — si aprisse il momento di una prima presa di beneficio. Da lunedì 12 a giovedì 22 il titolo Ubi ha quindi guadagnato il 24,7 per cento. Il Banco Popolare è arrivato mercoledì 21 a 12,07 euro, portando a casa un apprezzamento del 35,38 per cento, oltre tre euro per azione.
La domanda a questo punto è legittima: tutto regolare in questi sbalzi di prezzo? O forse qualcuno si è mosso in anticipo? I sospetti si infittiscono controllando i volumi. I contratti che hanno interessato i titoli del Banco Popolare, ad esempio, lunedì 12 gennaio sono pressoché triplicati rispetto a martedì 30 dicembre. Un caso? Per Ubi, invece, il top delle contrattazioni è il 19 gennaio, con scambi che, in tre settimane, hanno già superato il totale degli ultimi mesi di dicembre, novembre e settembre. E ci siamo limitati ai due gruppi maggiori, perché se considerassimo la Popolare dell’Etruria e del Lazio si vedrebbe che il titolo è passato da 0,3669 euro di venerdì 16 ai 60 centesimi di venerdì scorso: un guadagno del 63,5 per cento in cinque sedute. È vero che le quotazioni erano molto depresse, ma Consob ha acceso un faro sulle transazioni di queste ultime, caldissime, sedute.
Secondo taluni, mani forti provenienti anche dall’estero hanno giocato d’anticipo sull’annuncio di Renzi. Solo sapienza professionale degli investitori più smaliziati o c’è dell’altro? Il mercato se lo chiede e ha diritto a delle risposte.
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