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«Il listing di Stato fa lievitare i prezzi»

di Leonardo Masiano

Il listing alla Consob? Xavier Rolet, 51 anni, ceo del London Stock Exchange group entro cui opera Borsa Italiana, ha qualche sommessa riserva. «Posso solo dire che quando il listing passa dalle società di borsa ai regolatori i tempi procedurali e le spese globali crescono. Se un servizio è affidato a un operatore commerciale i costi calano, se lo gestisce lo Stato accade il contrario. Sul tema specifico ho un solo suggerimento: che si consultino le società quotate, ovvero che siano i clienti a scegliere». Xavier Rolet replica così a Giuseppe Vegas, presidente della Consob che aveva ipotizzato, in un'intervista al Sole 24 Ore, l'assegnazione del listing all'authority di sorveglianza come accade in Gran Bretagna.

«Accade, in realtà, solo con le blue chips. Per più della metà dei titoli trattati siamo noi a seguire il listing, come in Italia, dove il sistema è molto efficiente. Il cost listing per una Pmi è pari al 5% della fattura globale. Ovvero 5mila sterline di fee a fronte di 100mila di costo annuale totale. Resta da vedere la commissione che applicherà il regolatore e vanno considerati anche i tempi di attesa delle strutture pubbliche oltre alla sensibilità verso le esigenze commerciali delle società. Lo ripeto: funzioni del genere assegnate allo Stato fanno lievitare i prezzi. Ai regolatori chiediamo, invece, di aiutarci a migliorare l'efficienza dei servizi. Vogliamo avere una dimensione paneuropea sia nelle attività di clearing sia nei derivati. Questo abbatterà davvero i costi. Penso, in particolare, all'espansione della Cassa di compensazione e garanzia su scala Ue, una nostra priorità. Ma penso anche alle condizioni di licenza esclusiva che Deutsche Börse ha sullo Stoxx Index. Le authority europee devono sedersi e discutere. In questo senso la determinazione del presidente Vegas, deciso a prendere un ruolo di leadership a Bruxelles, è benvenuta. È un fatto importante e molto positivo».

Lei è anche convinto che siano i regolatori il motore primo del consolidamento delle Borse nel mondo…

I mercati reagiscono in ossequio alle nuove norme. Se si vuole aumentare la concorrenza si devono cercare vie efficaci per ridurre i costi e per agire su più piattaforme e mercati.

Eppure i dubbi sulla fusione con il Tmx canadese crescono oltreatlantico e riaccendono, in alcuni, dubbi anche sulla bontà dell'accordo fra Lse e Borsa italiana…

Abbiamo feedback positivi. Anche se i contrari, concentrati in Ontario, sanno farsi sentire, ma non sono la maggioranza. D'altra parte c'è sempre gente che pensa all'opportunità e gente che si fa prendere dalla paura. In questo, forse, ci sono similitudini fra certi atteggiamenti italiani e canadesi. Nel caso di Borsa, in due anni, la performance è stata spettacolare sia in termini di revenue, sia nelle performance di intere aree. Ci sono stati benefici nei volumi e nella dinamica dei costi per Borsa Italiana, ma anche per Londra dove le nostre fee sono state rivedute al ribasso quattro volte.

Eppure se Borsa significa metà dei ricavi del gruppo è sottorappresentata…

Chi gestisce la Uk equity, ovvero il business più importante? Raffaele Jerusalmi, a Milano. Nessuno, due anni fa, lo avrebbe mai immaginato. Abbiamo dato responsabilità sulla base delle competenze e se qualcuno dice che l'Italia ha perso influenza dice una cosa non vera. Sono commenti che rispecchiano quel senso di paura rispetto alla percezione di un'opportunità. Le funzioni più significative sono gestite da italiani. Se poi si riferisce al board quello non dipende da me. Io sono il ceo.

Nessuno, in realtà, contesta la necessità del consolidamento, ma, anche in Canada, hanno perplessità sul partner scelto…

Guardiamo al Tmx. Se si fondesse con il Nasdaq come prima cosa perderebbero il data center perché gli americani pensano solo alle sinergie. Un esempio per tutti: il centro dati di Euronext a Parigi è sparito, noi lo abbiamo tenuto in Italia. Nella capitale francese lavoravano 1100 persone, oggi sono meno di 150. E questo perché la logica americana è centralista. La fusione con Borsa italiana e quella con Tmx, che le si considerino merger fra uguali o meno – so che alcuni hanno dei dubbi in proposito – è una partnership. Da Borsa italiana abbiamo preso il meglio per lanciarlo su scala globale e lo stesso faremo con Tmx. Partnership può voler dire un po' di più qui, un po' meno lì, ma la verità è che non c'è mai stata l'imposizione di uno sull'altro. È la storia di Borsa-Lse, ma anche quella del Canada quando hanno unito i listini di Toronto e Montreal, Vancouver e Calgary. Molti temevano la forza di Toronto, ma le cose sono andate bene è stata una fusione equilibrata. È difficile, ma funziona. E poi qual è l'alternativa? Ci sono gli americani o i tedeschi e in entrambi i casi ci fanno a pezzi, letteralmente. Hanno una filosofia simile: controllo e centralizzazione. Cosa succederà al Liffe se Nyse e Deutsche si fondono? Il clearing va in Germania con tecnologia e management e in due anni smobilizza da Londra anche il data center. Lo ripeto: noi ragioniamo da network e i canadesi come noi.

Che differenze vede nelle logiche delle fusioni in corso?

Il progetto con Tmx è la conseguenza di un rapporto che dura da anni, una fusione che nasce dalla conoscenza. Non è così per tutti, in un certo senso non lo fu neanche quella fra Lse e Borsa per la scarsa familiarità fra i due gruppi anche se, lo ripeto, oggi è un successo. Con Tmx è diverso: abbiamo scoperto lavorando insieme di avere obiettivi comuni e forti dinamiche per integrarci a cominciare dalle due più grandi piattaforme per le Pmi al mondo.

Ha più senso Deutsche-Nyse-Euronext oppure la sponda del Nasdaq?

Nyse-Deutsche è anche un progetto politico, ovvero unire Parigi a Berlino. Una logica paneuropea che fino ad ora ha avuto un solo caso di successo: Lse-Borsa. In generale, bisogna poi valutare il livello di leverage.

Si riferisce al Nasdaq?

Io non credo che le infrastrutture finanziarie debbano aver un alto leverage. Se vuoi operare su derivati, reddito fisso, clearing, in aree che implicano bilanci, è essenziale limitare la leva. Non so dove saremmo ora se fossero passati, anni fa, progetti di fusione che avevano un leverage forte. Condizione che il nostro deal con Tmx non prevede affatto.

Visto il clima siete pronti a gettarvi in nuove intese?

No grazie, siamo presi abbastanza con i nostri piani, ma una cosa gliela posso dire: la voglia di consolidamento andrà avanti fino a quando i numeri lo consentiranno. E oggi i numeri continuano ad esserci.

 

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