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Il legale fa breccia nelle aziende

Sono l’altra metà del cielo ma nella professione legale le donne hanno ancora molti margini di crescita, soprattutto per accedere alle posizioni di comando.

È questo lo scenario che è stato tratteggiato da alcune professioniste intervenute a Milano nelle scorse settimane in un incontro, promosso da Mopi, associazione che riunisce persone operanti nell’area del marketing, della comunicazione e dell’organizzazione degli studi professionali, sia a livello nazionale sia a livello internazionale.

«Il ruolo delle donne negli studi legali associati sta diventando sempre più importante, ma esistono ancora molte barriere culturali che è necessario far cadere», spiega Gaia Francieri, socia fondatrice di Mopi.

«Infatti se il numero di professionisti all’inizio della carriera all’interno degli studi è pari a quello delle professioniste, quando si va ad analizzare la presenza di donne ai vertici la percentuale cade drammaticamente.

L’associazione Mopi crede molto nel potenziale femminile e vuole far si che queste barriere scompaiano, per questo ha organizzato tutta una serie di eventi proprio su questo tema» .

Quante sono le donne nell’universo delle professioni italiane?

In Italia, secondo i dati più recenti della Cassa forense, le donne sono il 43% degli iscritti, in crescita rispetto al 30% del 2001 e al 7% del 1981.

Il reddito medio delle donne che svolgono la professione forense è di 28mila euro all’anno, ben il 54% in meno rispetto alla remunerazione base degli iscritti uomini.

La maggior parte delle donne si occupa di materie e settori ritenuti poco rilevanti, ovvero il diritto di famiglia, tutela dei minori, contenzioso condominiale e recupero crediti.

Diversa la realtà negli studi associati, formula che in Italia vive una stagione molto significativa.

Secondo gli ultimi dati ufficiali Asla, relativi al 2013, si evince che la percentuale delle donne Partners degli studi legali associati ad Asla è del 16,9%.

Avvocati e dottori commercialisti sono spesso associati in studi di medie e grandi dimensioni e questa è un’altra realtà ove il ruolo delle donne sta crescendo.

Come ha ricordato Roberta dell’Apa, presidente dell’Aidc, Associazione italiana dottori commercialisti e partner studio Dell’Apa Zonca e Associati, gli iscritti all’ordine sono 120mila in Italia, tra dottori commercialisti e ragionieri. Il 31% sono donne con una quota che scende di circa il 105 se ci si sposta nelle regioni del sud Italia.

Anche i livelli salariali vedono una significativa differenza tra i generi.

Qual è la sfida per il prossimo futuro? «Negli studi legali associati, come in tanti contesti lavorativi, occorre agire affinché la parità di chances tra uomini e donne diventi sostanziale, e non solo formale, puntando, ad esempio, su modalità lavorative e metodi di valutazione che privilegino i risultati concreti dell’attività del professionista e non il presenzialismo, talvolta fine a se stesso», spiega Barbara de Muro, responsabile di Asla Women e partner dello Studio Legale Portale Visconti.

Ma quante sono le donne nei grandi studi italiani? Pochi gli studi disposti a rilasciare queste informazioni.

Tra i pochi Bonelli Erede Pappalardo dove sono 134 le professioniste donne su 335 professionisti totali, con 12 soci donne (di cui 4 soci coordinatori di dipartimento) su 55 soci totali.

In Pavia e Ansaldo su 126 professionisti, 58 sono donne (46%), con 9 partner su 40 complessivi. Nello studio legale Cms, ci sono2 soci donne su 20 soci totali e 30 professioniste su 83 professionisti totali. In Baker & McKenzie le professioniste donne sono 45, con 1 partner (socio equity), 3 local partner (socio salary) ma nessuna donna a capo di un dipartimento.

Restando negli studi internazionali presenti in Italia, Eversheds Bianchini ha 16 professioniste donne, 4 partner ma nessuna a capo di un dipartimento. Infine, nello Studio Legale La Scalale professioniste donne (avvocati e praticanti) sono 47 su 84, pari al 56%, con 8 partner donna su 18 (44%). In Allen & Overy su un totale di professionisti pari a 85, le donne sono 35 (41%), di cui 1 partner donna e 4 counsel.

Un osservatorio privilegiato sul peso che le donne stanno assumendo nella professione legale è quello di Laurence Simons societa anglossassone specializzata nel recruitment di avvocati. «Dal nostro salary survey, nonostante la maggior parte delle risposte venisse da uomini, non emerge una grande disparita di stipendi tra uomo e donna nel mondo dei giuristi di impresa», dice Nicoletta Ravida, managing consultant southern Europe di Laurence Simons.

«Un dato, questo, in controtendenza rispetto ad uno studio fatto dalla cassa di Previdenza Forense nel 2010 secondo il quale le donne dichiaravano un reddito molto più basso rispetto agli uomini: 28,160 rispetto ai 61967»

I dati quindi non sono univoci. Uno studio condotto dal consiglio degli ordini d’Europa nel 2012 indica che l’Italia ha il più alto numero di iscritti all’albo di tutta Europa: 233.853 – di cui il 45% sono donne (107.720).

È evidente, dunque, un notevole equilibrio nella professione.

Un mondo a parte è quello dei giuristi d’impresa. Negli ultimi cinque anni Aigi ha visto un crescente livello di presenze femminili tra i propri soci – che ad oggi si aggira intorno al 41%, di cui almeno il 47% è abilitata all’esercizio della professione forense – e ad una proporzionale diminuzione del genere maschile.

«Forse questo dato ci indica che le aziende arruolano un numero sempre crescente di giuriste d’impresa. Ciò soprattutto a seguito dell’aumento crescente della domanda di professionalità elevate all’interno delle imprese in settori non solo connessi alla contrattualistica ed al contenzioso, ma anche al diritto societario, alla compliance, alla corporate social responisibility», spiega Wanya Carraro, vice presidente vicario di Aigi.

«In questi ambiti spesso le donne, grazie alla capacità di impostare progetti complessi con metodo e precisione, ricoprono posizioni di responsabilità e sono spesso preferite agli uomini, più orientati ad attività «on the field».

«In questi anni, in effetti, abbiamo registrato tra i nostri soci un crescente numero di donne che ricoprono posizioni di General Counsel e direttori affari legali: circa il 23%.

Questo è un segnale sicuramente importante, anche se si tratta pur sempre di una percentuale in linea con le medie nazionali, malgrado la nostra professione dovrebbe essere un’oasi privilegiata per le donne perché la formazione umanistica di certo le vede statisticamente favorite» aggiunge la Carraro.

Che fare per valorizzare il ruolo delle donne nel legal counsel? «Aigi ha intrapreso con i fatti un’importante valorizzazione del ruolo delle donne già al suo interno ove le stesse siedono per il 50% in Consiglio generale e ricoprono altre cariche di responsabilità. Un tema sul quale c’è ancora spazio per sensibilizzare i soci è quello dei criteri di scelta adottati dai legali interni quando conferiscono mandato agli studi esterni.

Questa scelta spesso non tiene infatti conto del genere, trasferendo di fatto la questione ai legali esterni e dando quindi per scontato che sia lo studio stesso a fare scelte di efficienza e professionalità tenendo conto di criteri meritocratici che premiano uomini e donne indistintamente».

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