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Il lavoro non si crea per decreto

La fine del blocco dei licenziamenti ha infiammato il dibattito politico delle ultime settimane, i sindacati sono già scesi sul piede di guerra e hanno proclamato numerose azioni di protesta. Come se i posti di lavoro si potessero creare o mantenere per decreto. Contemporaneamente l’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive per il lavoro, ha diffuso, per la prima volta, i numeri dei disoccupati certificati, cioè di coloro che hanno firmato una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. Si è così scoperto che le persone realmente in cerca di lavoro sono più del triplo dei disoccupati rilevati dall’Istat, sempre considerati finora l’unico dato ufficiale: 8 milioni e 200 mila il dato dell’Anpal contro 2 milioni e 300 mila dell’Istat. Una distanza abissale, che scopre una realtà rimasta finora nascosta: il 10% della forza lavoro è alla ricerca di un’occupazione! Un dato destinato a peggiorare dal 1° di luglio, con il venir meno del divieto di licenziamento.

È la certificazione impietosa del fallimento di tutte le politiche per il lavoro adottate negli ultimi anni. Dai navigator, che sembra siano riusciti a trovare un’occupazione (precaria) solo a se stessi, ai centri per l’impiego, assestati su percentuali di avvio al lavoro intorno al 2,3% (media Ocse 7,9%), alle politiche di formazione e di creazione di nuove competenze, rimaste solo sulla carta. La stessa Anpal, che ha scoperchiato il pentolone di 8 milioni di disoccupati, non riesce a svolgere alcuna seria politica attiva per l’avviamento al lavoro. Chi cerca un impiego è di fatto abbandonato a se stesso, non riceve alcun tipo di formazione e in molti casi non è nemmeno convocato per capire quali sono le sue esigenze, le sue potenzialità. È uno spreco di risorse gigantesco per il Paese.

Il paradosso è che di fronte a 8 milioni di persone in cerca di occupazione ci sono migliaia di imprese che cercano mano d’opera ma non riescono a trovarla per la mancanza di persone adeguatamente formate. Secondo l’Anpal nel 2020 un’impresa su tre non riusciva a trovare le persone idonee a garantire 1,2 milioni di contratti di lavoro. Secondo un’indagine Unioncamere nei primi tre mesi del 2021 le imprese hanno avuto bisogno di 720 mila lavoratori, dai dirigenti ai tecnici, dagli impiegati fino agli addetti alle pulizie. Ma sono riuscite a soddisfare solo un terzo di queste richieste (240 mila). Ancora, ogni anno gli Its sfornano 4 mila diplomati mentre le aziende ne richiedono 20 mila.

Di fronte a un dramma sociale di queste dimensioni e al rischio che dal 1° luglio centinaia di migliaia di lavoratori vengano licenziati (le previsioni sono tra 500 mila e 2 milioni di lavoratori a rischio) i sindacati non riescono a fare altro che arroccarsi in difesa del blocco dei licenziamenti, come se costringere le imprese a mantenere i livelli occupazionali (pagati con soldi pubblici) non sia un modo per spingere il sistema produttivo sempre più sulla china della deindustrializzazione. Come se nascondere la polvere sotto il tappeto possa servire a far crescere il Paese.

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