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Il Jobs Act sotto il riflettore dei giuslavoristi italiani

Il concetto è chiaro: più che il posto, va protetto il lavoratore (sia che debba entrare nel mercato, sia che ne sia stato espulso), anche mandando in soffitta la moltitudine di contratti vigenti e sfrondando «zavorre» burocratiche. E i settori produttivi che meritano un’attenzione speciale (e confacente alle proprie peculiarità) sono cultura, turismo, agricoltura e cibo, made in Italy, Ict (Information & communication technologies), green economy, nuovo welfare, edilizia e manifattura: per ogni comparto, perciò, verrà messo nero su bianco «un piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare» opportunità occupazionali.

Non è lontano il momento della verità per il «Jobs Act», la bozza della segreteria del Partito democratico guidata da Matteo Renzi, per cambiare verso al lavoro in un paese, il nostro, in cui la percentuale dei senza impiego supera il 12% e oltre un terzo dei ragazzi con meno di 25 anni non studia, né svolge alcuna attività: e se è saltato l’appuntamento del 20 febbraio (si è scelto di affrontare questioni di governo), la direzione della formazione di centrosinistra scoprirà, comunque, presto le sue carte.

Le linee guida diffuse a gennaio, intanto, fanno riflettere sulla portata (rivoluzionaria, o meno) dell’iniziativa, che guarda in parte ad alcuni modelli (vincenti) degli stati scandinavi e, soprattutto, sulla sua efficacia se applicata al contesto nazionale.

E, dunque, Affari legali ha interpellato i membri di alcuni grandi studi legali d’affari per conoscerne l’opinione.

Ma, entrando nel cuore della strategia economico-occupazionale, uno degli elementi cardine è rappresentato dalla semplificazione delle norme in materia, poiché si annuncia che, entro otto mesi, sarà illustrato un codice del lavoro che racchiuda e faciliti tutte le regole attualmente esistenti, risultando ben comprensibile anche all’estero, con l’obiettivo di attrarre investitori; saranno, poi, sfrondate le oltre 40 forme contrattuali, che, finora «hanno prodotto uno spezzatino insostenibile», mentre si scommetterà su un modello di inquadramento che favorisca l’inserimento in azienda a tempo indeterminato con «tutele crescenti», in modo da consentire una sorta di «fidelizzazione» progressiva fra parte datoriale e dipendente, con un’escalation di garanzie per quest’ultimo.

E nascerà l’agenzia unica federale per coordinare e indirizzare i Centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione di ammortizzatori sociali.

Se, invece, il posto sfuma, ecco la protezione individuata: un assegno universale di cui dovrebbero avvantaggiarsi anche le persone che, ad oggi, non hanno requisiti per vantare il diritto a ottenere il sostegno al reddito, la cui assegnazione è, però, condizionata dall’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova offerta impiegatizia.

E, a proposito delle acquisizioni di competenze, il programma renziano impone la rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari immessi nell’iter di aggiornamento, finanziato mediante fondi pubblici; una secca obiezione giunge dal giuslavorista e senatore di Scelta civica Pietro Ichino, che dal suo sito sottolinea come le spese possano essere riportare «minuziosissimamente, senza che quel corso insegni un mestiere utile ad alcuno dei suoi frequentatori», e che quel che davvero conta, sebbene nella penisola «non venga quasi mai rilevato» per la valutazione dell’efficacia di un intervento, è «il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi».

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