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Il Jobs act rilancia le conciliazioni

Nell’attuazione del Jobs act si punta a rafforzare l’impianto delle conciliazioni per le cause di lavoro previsto dalla riforma Fornero, che a due anni dall’avvio ha dato esiti positivi in un caso su due (su 40mila dossier aperti sui licenziamenti economici). Tra le ipotesi allo studio quella di introdurre sconti fiscali sugli indennizzi .

Dal 19% della Basilicata al 68% dell’Umbria. Sul territorio la forbice è ampia, ma in media nei licenziamenti individuali per motivi economici, una conciliazione su due va in porto. Si tratta del grado di successo della procedura obbligatoria introdotta dalla legge «Fornero» a luglio del 2012, per i recessi intimati nelle aziende con più di 15 dipendenti, legati a motivi di carattere economico o organizzativo. Un iter che si svolge nelle direzioni territoriali del ministero del Lavoro, dove azienda e lavoratore cercano un accordo, principalmente per evitare di arrivare in tribunale. Un esito che è stato scongiurato, nei primi due anni di applicazione, nel 47% dei casi, su un totale di quasi 40mila dossier aperti (restano esclusi i licenziamenti collettivi e quelli nelle imprese sotto 15 dipendenti).
L’andamento
La maggior parte degli accordi si basa sulla risoluzione consensuale del rapporto, con un incentivo all’esodo o una transazione economica fra le parti. Se l’esito è questo, al lavoratore spetta l’Aspi, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, che ha preso il posto della vecchia indennità di disoccupazione. Altri accordi sfociano nella rinuncia del lavoratore a impugnare il licenziamento, sempre sulla base di una transazione economica. In quasi 2mila casi, poi, c’è stata la rinuncia al licenziamento.
Una conciliazione su cinque si è svolta in Lombardia, con una percentuale di successo del 51% nell’arco di due anni e che migliora al 61% considerando solo il primo semestre 2014. A seguire il Lazio (11% di conciliazioni e 41% di esiti positivi) e la Campania (qui i successi scendono al 25%). I risultati positivi sono pochissimi invece in Basilicata (appena il 19%), dove però si registra appena l’1% delle conciliazioni.
In generale, il 37% delle pratiche ha esito negativo (e il 16% risulta ancora in corso). Nel caso di mancato accordo, la lite può approdare davanti al giudice. Anche in tribunale, comunque, si tenta la conciliazione: una strada che negli ultimi anni è stata percorsa sempre più spesso. «Le cause incardinate con il “rito Fornero” che sono state conciliate – dice Carla Musella, presidente della sezione lavoro del tribunale di Napoli – nel primo semestre 2014 sono state 80, su 348 dossier aperti per la fase sommaria e di opposizione, mentre nel 2013 erano state 220 su 947». A Genova, su 652 ricorsi iscritti in fase sommaria, le opposizioni sono state l’11,5% perché «la conciliazione regna da padrona» evidenzia il presidente Enrico Ravera.
Secondo Piero Martello, presidente della sezione lavoro del tribunale di Milano, «la conciliazione?è una via preferibile principalmente perché annulla il rischio di causa, cioè l’eventualità di un giudizio sfavorevole, che, nel caso del “rito Fornero” potrebbe arrivare nella fase sommaria, in opposizione, nel successivo appello e fino in Cassazione».
L’impatto del Jobs act
Nell’attuazione del nuovo contratto di lavoro a tutele crescenti, l’uscita di scena della reintegrazione in caso di licenziamento per motivi economici, attualmente prevista dal disegno di legge delega di riforma del lavoro all’esame della Camera, potrebbe incentivare ulteriormente la riuscita delle conciliazioni. In campo, infatti, anche in caso di ricorso al giudice, resterebbe solo l’ipotesi del risarcimento economico. «Lo spirito generale della riforma – sottolinea Filippo Taddei, responsabile economico del Pd – è ridurre il contenzioso giudiziario e quindi dobbiamo incentivare fortemente ogni attività conciliativa».
Un’ulteriore spinta alle conciliazioni potrebbe arrivare anche sul fronte fiscale: tra le ipotesi allo studio, nei lavori preparatori dei decreti attuativi della delega, c’è anche l’ipotesi di introdurre l’esenzione da Irpef per l’indennizzo concordato in sede di conciliazione.

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