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Il Jobs act passa in Aula senza 40 voti del Pd Renzi: non mi freneranno

La legge delega sul lavoro (che il premier Matteo Renzi ha ribattezzato Jobs act) ha compiuto alla Camera il secondo giro di boa, lasciandosi dietro una scia densa di veleni e un’aula vuota per metà: 40 deputati del Pd non hanno partecipato al voto e buona parte di loro si è unita alle opposizioni (M5S, Sel e Forza Italia) abbandonando l’emiciclo in segno di protesta. Il governo ha dovuto richiamare in fretta e furia ministri e sottosegretari in Aula perché il totale dei votanti rischiava di non superare il numero legale. L’illusione delle opposizioni, e della minoranza del Pd, è durata però una manciata di minuti: alla fine i voti favorevoli sono stati 316, i contrari 6 (tra i quali Civati e Pastorino del Pd) e 5 astenuti. Totale 327 votanti, una buona spanna sopra il numero legale calcolato ieri a quota 294 (la metà del plenum al netto dei deputati in missione che erano 42). 
Ora il provvedimento torna al Senato: oggi parte l’iter in commissione Lavoro e la prossima settimana arriverà in Aula per l’approvazione definitiva in modo da consentire al governo di esercitare (con i decreti attuativi) la delega che riscrive i meccanismi sui diritti dei (futuri) lavoratori dipendenti.
Matteo Renzi, che ha l’ obiettivo di rendere operativi i decreti dal 1° gennaio 2015 insieme alla legge di Stabilità, non ha cambiato rotta e ha rivendicato la bontà della riforma che cambia anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970 («Reintegro nel posto di lavoro»): «La Camera approva il Jobs act. Più tutele, solidarietà e lavoro…Grazie ai deputati che hanno approvato il Jobs act senza fiducia. Adesso avanti con le riforme. Questa è #lavoltabuona», scrive su Twitter. La sua idea su chi nel Pd non ha votato il testo non cambia: lo fanno «per frenarmi», per calcoli politici hanno ignorato una mediazione «che ha convinto ex sindacalisti come Damiano ed Epifani».
Diametralmente opposta l’analisi dei dissidenti del Pd: «Renzi alimenta tensioni sovversive e corporative», attacca Stefano Fassina. Più tranciante ancora il leader di Sel, Nichi Vendola: «Tradotto in italiano Jobs act vuol dire lavoro sporco, precarizzare, demansionare, licenziare». Forza Italia che ha scelto l’uscita dall’Aula insieme ai grillini: «Il voto sul Jobs act ha certificato lo stato confusionale della maggioranza che sostiene questo moribondo governo. Il provvedimento è un imbroglio che peggiorerà il mercato del lavoro».
Ma è la minoranza del Pd che è entrata in fibrillazione. Dopo il voto è stata convocata una conferenza stampa (Stefano Fassina, Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre, Davide Zoggia, Michela Marzano, Gianni Cuperlo, Roberta Agostini, Ileana Argentin, Barbara Pollastrini, Francesco Boccia, Alessandra Terrosi e altri) per presentare un documento intitolato «Perché non votiamo il Jobs act».
In totale i dissidenti del Pd che hanno messo la faccia e la firma sul documento contro il Jobs act sono 29 mentre quelli che hanno votato a favore sono 250. Il fronte del no boccia per la sua genericità la delega al governo sul lavoro: «La parte che dovrebbe allargare diritti e tutele è generica e senza risorse. Il disboscamento della giungla dei contratti precari viene rinviato a valle di una ricognizione da svolgere in tempi indefiniti e senza identificare obiettivi impegnativi. All’avvio di ammortizzatori per gli “esclusi” si dedicano solo 200 milioni di euro contro una promessa iniziale di 1,5 miliardi per il 2015».
Nel Pd, 29 su 307 hanno sottoscritto il documento. Tra gli altri 11 dem che non hanno partecipato al voto ci sono 6 «assenti giustificati» (tra i quali Enrico Letta e Rosa Villecco). E poi vanno conteggiati i 13 parlamentari dem in missione (in buona parte della squadra di governo). Per arrivare a quota 307, il totale del gruppo del Pd, bisogna sommare i due contrari (Pippo Civati e Luca Pastorino) e i due astenuti Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini.

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