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Il Jobs act «divide» le cause di lavoro

Un doppio binario per le liti di lavoro in materia di licenziamento: è quello che si verrà a creare con l’entrata in vigore del decreto sul contratto a tutele crescenti, ora all’esame delle Commissioni parlamentari. Per i nuovi assunti a tempo indeterminato non ci sarà la conciliazione obbligatoria in caso di recesso e non si applicherà il rito “Fornero” nel caso in cui il contenzioso approdi in aula. Regimi che, invece, continueranno a interessare i “vecchi” dipendenti nelle aziende con oltre 15 addetti. In un futuro non troppo lontano, quindi, potranno verificarsi casi in cui lo stesso fatto contestato a diversi lavoratori – ad esempio una rissa, o un furto in ufficio – se il testo del decreto non subirà modifiche verrà giudicato con due cause distinte, perché sottoposte a riti diversi, da due giudici e con l’applicazione di differenti modalità. 
Il tentativo di fare pace
Una prima differenza riguarda la conciliazione: se il recesso è per motivi economici, ai vecchi assunti nelle imprese con più di 15 dipendenti si applica la procedura di conciliazione preventiva alla direzione territoriale del lavoro. Per i “nuovi” arriva la conciliazione espressa che prevede indennizzi prefissati e incentivi fiscali, o comunque le parti possono raggiungere un accordo al termine di una libera trattativa. Una novità accolta positivamente dalle imprese «per evitare il possibile contenzioso giudiziario successivo al licenziamento» si legge nell’audizione di Confindustria alle Commissioni lavoro di Camera e Senato, che potrebbe essere resa più efficace prevedendo, ad esempio, che «il datore di lavoro possa offrire al lavoratore un’ulteriore somma, a titolo di transazione “generale” per definire ogni altra questione derivante dal rapporto di lavoro», come l’inquadramento, gli orari, le ferie e i permessi. Ed evitare così il proliferare di cause, dando una boccata d’ossigeno ai tribunali del lavoro che sono sempre in affanno. Anche se il picco del 2012 può dirsi superato (quasi 300mila dossier da smaltire nei tribunali e oltre 60mila nelle Corti d’appello), l’arretrato resta vicino ai livelli di guardia. Una “pendenza” per il 2014 (dati registrati a giugno) di 242mila fascicoli aperti in materia di lavoro e pubblico impiego nei tribunali ordinari e di circa 60mila alle Corti di appello, secondo le elaborazioni del Sole 24 Ore sui dati della direzione generale di statistica del ministero di Giustizia.
I trend dell’ultimo anno evidenziano un calo del 10% delle pendenze in primo grado e del 5% di quelle in secondo grado, anche se in alcuni grandi tribunali i flussi sono più o meno costanti. «A Milano – spiega il presidente di sezione Piero Martello – un terzo delle cause che arrivano in tribunale è di lavoro e i licenziamenti sono in media 150 al mese. Con grande sforzo dei giudici riusciamo a mantenere una durata media dei procedimenti di poco superiore ai cinque mesi».
Allargando l’orizzonte al 2010, poi, i trend sono altalenanti: ad esempio le pendenze nei tribunali per il lavoro privato calano dell’8%, mentre quelle per il pubblico aumentano del 4%(si veda l’infografica sottostante) .
Rito Fornero sotto accusa
E non sembra aver prodotto passi in avanti, l’avvio del rito speciale introdotto dalla riforma Fornero per i licenziamenti ex articolo 18. La corsia privilegiata riservata a queste cause – poche migliaia – da un lato ha permesso decisioni più rapide, ma dall’altro ha allungato i tempi degli altri processi e ha costretto i magistrati a un lavoro extra sui riti sommari, che rappresentano il primo step del processo “Fornero”. Questo rito continuerà a sopravvivere per i vecchi dipendenti, mentre per i nuovi torneranno ad applicarsi le regole ordinarie del processo del lavoro (articolo 414 del Codice di procedura civile).
«L’abolizione per i nuovi assunti – commenta Carla Musella, presidente di sezione a Napoli – sembra coerente con la tendenziale riduzione della reintegra nel posto di lavoro delineata dalla riforma». Da Bologna il giudice Giovanni Benassi sottolinea che «il rito Fornero è molto complesso e crea problemi a non finire: continuerà ad applicarsi al lavoro pubblico e a quello privato per i lavoratori ante-riforma; il rito ordinario, invece, sarà applicabile a una fascia limitata di lavoratori, con un’evidente disparità di trattamento».
Rincara la dose Enrico Ravera, presidente a Genova: «Il rito Fornero dovrebbe essere abolito perché ha introdotto incertezze processuali di non poco conto: ad esempio non si sa ancora dopo due anni se il giudice della fase di opposizione possa essere o meno quello della fase sommaria e se il rito possa essere utilizzato in accertamento dal datore di lavoro. La soluzione è quindi del tutto positiva ed è auspicabile che venga estesa anche ai licenziamenti di chi è stato assunto prima del Jobs act».
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