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Il guru di Moody’s detta le condizioni “Ora basta con i contratti nazionali”

«Non abbiamo mai pensato che l’Italia, come qualsiasi Paese, potesse restare senza governo. Il problema è che bisognerà verificare il mandato dell’esecutivo appena insediato e quindi la sua capacità di affrontare con decisione le imponenti riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno per migliorare la propria “affidabilità” creditizia. Per ora, la situazione resta difficile». Dietmar Hornung, analista responsabile per il rating dell’Italia di Moody’s, è il senior credit officer
che ha firmato venerdì notte dalla sede di Francoforte l’outlook che implacabilmente bolla come negative le nostre prospettive. Tedesco laureato a Magdeburgo e specializzato negli Stati Uniti, ci spiega perché pur non avendo abbassato il rating (portato da A3 a Baa2 il 13 luglio 2012), Moody’s tiene alta la guardia sul nostro Paese: «Non ci sentiamo ancora di escludere che l’Italia finisca con l’aver bisogno del Fondo salva Stati e della Bce, il che aprirebbe nuove incognite in termini di capacità di far fronte alle condizioni che sarebbero imposte e che bisogna rispettare con esattezza».
Voi avete parlato di “instabilità” proprio nelle ore in cui veniva formato un governo con un’ampia base parlamentare, in grado di durare anche a lungo, con un premier fortemente orientato pro-Europa. È un paradosso: non avrete sbagliato i tempi?
«Che si sarebbe risolta la crisi lo davamo per scontato. Ma noi fotografiamo la situazione. Che oggi è quella di un Paese in recessione, con dei gap di produttività perfino rispetto ad alcuni concorrenti della “periferia” d’Europa e con una debolissima domanda interna, una fiducia dei consumatori ai minimi, un sistema bancario caratterizzato da una bassa redditività e da un progressivo deterioramento degli asset».
Alla riapertura dei mercati, gli operatori devono valutare un mix diabolico di fattori: c’è finalmente un governo, ma questo si è insediato in una giornata segnata da avvenimenti drammatici, intanto restano le incognite che voi avete rimarcato… Non c’è proprio nulla di positivo?
«Certo che c’è, ed è il motivo per cui abbiamo mantenuto il rating stabile. Intanto il fatto che sia stato raggiunto il surplus delle partite correnti rende relativamente più semplice pensare alla riduzione dello stock del debito. La quale può essere perseguita ora che i tassi sono più bassi della media storica, attualmente intorno al 4% rispetto al 4,8% degli ultimi cinque anni. C’è un po’ di tempo insomma perché le riforme possano avere effetti positivi per la crescita: sul consolidamento dei conti, l’Italia ha fatto grandi progressi. Resta la debolezza dell’economia reale in un quadro europeo “lento” dove è difficile esportare. Per questo abbiamo peggiorato da -1 a -1,8% l’andamento del Pil nel 2013. Una debole ripresa inizierà solo verso la parte finale dell’anno».
Mentre infuria la polemica “austerity versus flessibilità”, riaccesa dalle dure dichiarazioni di Merkel e Schauble, il nuovo premier ha messo in testa alle priorità
la rinegoziazione con Bruxelles dei tempi di rientro del rapporto deficit/Pil, clausola appena concessa alla Spagna e prima ancora a Portogallo e Grecia: lo sforzo di Letta avrà successo?
«Probabilmente qualche passo verso quella che lei chiama flessibilità, cioè un allineamento del rigore a parametri più equilibrati, alla fine ci sarà. Ma serve realismo: lo spazio fiscale per l’Italia, voglio dire lo spazio per incrementare ulteriormente il debito, è fatalmente limitato da quel “quasi 130%” di oggi, che arriverà al 133% entro due anni in uno scenario di crescita modesta. Non si può prescindere da questa realtà».
Qual è secondo voi il singolo provvedimento più urgente?
«Guardi, noi non diamo suggerimenti su quale politica economica attuare. E la situazione è difficile. C’è un insieme complesso di misure che potrebbero “impattare” positivamente la competitività. Se devo dirne una, pensiamo al mercato del lavoro, che oggi vediamo da un lato eccessivamente regolamentato e dall’altro ancora vincolato ad accordi di categoria nazionali che potrebbero viceversa essere decentrati».
E le banche, altro problema da voi sollevato?
«Le banche detengono ingenti stock di debito e sono incentivate a riacquistare titoli pubblici anziché assegnare il denaro alle aziende a prezzi ragionevoli, una delle cause primarie del credit crunch che a sua volta è uno degli aspetti più gravi della crisi. Ma intanto le sofferenze bancarie sono in aumento e ci sono problemi di redditività e di capitalizzazione specialmente per i piccoli istituti, il tutto sotto la pressione dei rigidi vincoli di patrimonializzazione imposti dagli accordi di Basilea. Le banche sono vulnerabili a ulteriori shock e sono oggi un elemento di pressione sul rating anziché di supporto alla ripresa ».

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