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Il grande fascino dei bond emergenti

di Alberto Ronchetti

Nell'ultimo mese l'azionario dei Paesi emergenti, tradizionalmente uno degli asset più performanti nel recente passato, ha perso smalto. Nulla di drammatico, per carità, ma è fuor di dubbio che – alla lunga – le turbolenze in atto sui mercati sviluppati potrebbero impattare anche sugli emerging.

Quindi l'opinione prevalente fra gli analisti, per le prossime settimane, è di essere cauti in linea di massima sui listini emerging – pronti a sovrappesarli se, dopo l'estate, vi fosse una schiarita – mentre, piuttosto, una puntata si può fare sul mercato dei bond emergenti.

L'idea di fondo è che la azioni dei listini di Cina & Co. sono ormai cari, dal punto di vista del rapporto price/book value, rispetto alle nazioni sviluppate (vedi grafico), mentre nel reddito fisso c'è ancora valore.

«La crescita cinese, molto sostenuta negli ultimi mesi, e l'inasprimento delle politiche monetarie attuato dalle banche centrali emergenti – sottolinea una nota di Société Générale – non sono certo un incentivo a ripesare rapidamente in portafoglio le azioni dei mercati emergenti, che al momento sono molto costose e sono in una fase di ridimensionamento del rating. Anche la qualità dei prestiti delle banche cinesi suscita perplessità e induce alla cautela, mentre appaiono piuttosto promettenti le azioni dell'Europa centrale e orientale. Il listino russo e quelli di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno sovraperformato l'Eurostoxx 600 dall'inizio della crisi della zona euro e questa tendenza potrebbe continuare».

Invece, se vogliamo ragionare sull'asset class emergente in senso più ampio, bisogna certo considerare i grandi progressi messi a segno da questi Paesi sul fronte del risanamento dei bilanci pubblici, che certamente è un buon viatico per l'investimento nei bond. «Su un orizzonte a due mesi – continua la nota di Socgen – è opportuno comprare la parte breve della curva, soprattutto nell'Europa centrale e orientale».

Giorgio Mascherone, responsabile investimenti di Deutsche Bank in Italia, sottolinea come «continuiamo a privilegiare il reddito fisso dei Paesi emergenti (e dell'Asia in particolare), che beneficia di una situazione del debito sovrano particolarmente sana e, oltre ad attirare flussi di denaro da Europa e Stati Uniti, ha pure il vantaggio di una situazione valutaria particolarmente favorevole, grazie a rapporti di cambio che tendono ad apprezzarsi sia verso dollaro che euro. Invece siamo molto più prudenti nei confronti dei Paesi dell'est Europa (potrebbero essere contagiati dalla situazione bancaria della zona euro) e della Turchia (sempre possibili fughe dei capitali)».

Una attenzione particolare, secondo Richard House, responsabile dell'Emerging Market Fixed Income di Threadneedle Investments, va posta alle obbligazioni corporate emergenti. «Negli ultimi anni – spiega House – l'eccezionale investment story dei mercati emergenti ha conosciuto un continuo sviluppo. In netto contrasto con le sfide che attanagliano le economie sviluppate, questi Paesi presentano una crescita sostenuta, fattori demografici favorevoli, posizioni fiscali gestibili e bassi livelli di debito. Le agenzie di rating e gli stessi investitori riconoscono sempre più spesso il livello di solidità senza precedenti raggiunto dai fondamentali del credito nei mercati emergenti».

Inoltre, continua il gestore, «i fondamentali positivi creano uno contesto favorevole per il credito corporate emerging perché riducono il premio per il rischio Paese e di conseguenza il costo del capitale di debito per gli emittenti societari, che beneficiano anche del sostenuto sviluppo domestico».

Gli strategist di Carmignac Gestione, primario operatore europeo nel settore della gestione degli attivi finanziari, ritengono che «pur essendo stati troppo ottimisti nel secondo trimestre sull'ipotesi di calo dei prezzi, siamo convinti della fine imminente della stretta monetaria in Cina, dove il picco dell'inflazione dovrebbe essere raggiunto nei prossimi due mesi. Questo rappresenterà per la crescita mondiale un massiccio contrappeso alla debolezza delle economie avanzate. Prevediamo per la Cina una crescita vigorosa, che permetterà di affrontare l'indebitamento delle provincie allo stesso modo in cui aveva permesso di risolvere, qualche anno fa, il problema dei crediti dubbi delle banche».

L'universo emergente, se sarà in grado di riorientare la crescita sui consumi interni, «potrebbe perfino trarre beneficio da una crescita persistentemente lenta delle economie avanzate – dicono a Carmignac –, la cui ridotta domanda di materie prime contribuirà a frenare le pressioni inflazioniste. Pertanto, i Paesi emergenti, che non devono far fronte a problemi reali di debito pubblico, continuano ad avere un potenziale di crescita molto elevato e, per alcuni di essi, l'inflazione sta per stabilizzarsi o anzi diminuire. Le valorizzazioni azionarie ci sembrano quindi particolarmente interessanti, con un rapporto prezzo/utili nel 2012 pari a 13 in India e a 9 per i titoli cinesi quotati a Hong Kong. Preferiamo questi mercati a quelli della Corea e di Taiwan, le cui economie sono più dipendenti dalle esportazioni verso le nazioni sviluppate».

 

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