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Il governo studia un tetto ai pignoramenti fiscali


di Mario Sensini

ROMA — Il «mal di tasse» che ha colpito l’Italia negli ultimi mesi, da quando sono entrate a regime le nuove norme sulla riscossione delle imposte, sta dilagando ed il governo corre nuovamente ai ripari. Dopo aver già addolcito un po’ le regole con il decreto sviluppo, varato due settimane fa, il ministero dell’Economia medita altri interventi per riportare in carreggiata il rapporto tra fisco e contribuenti, deragliato nelle ultime settimane tra manifestazioni di piazza, assalti alle sedi di Equitalia, minacce, e addirittura sequestri, dei suoi funzionari. Tra le ipotesi che si stanno approfondendo in questi giorni, ci sarebbero anche limiti alle procedure esecutive e in particolare quelle che hanno per oggetto le prime case e gli strumenti di lavoro dei contribuenti. Il problema è che con le regole introdotte l’anno scorso la riscossione delle imposte funziona, forse per la prima volta nella storia di questo Paese, e gli incassi di Equitalia volano, segnando un record dopo l’altro (l’anno scorso quasi 9 miliardi, il 15%in più sul 2009). Sarà che gli italiani non sono mai stati abituati a pagare le tasse e le multe arretrate, che la crisi dell’economia ha reso tutto più difficile, o forse che le regole sono effettivamente un po’ troppo dure, fatto sta che il «mal di tasse» sta diventando un problema serio, anche politico. Protesta trasversale A contestare l’inasprimento del regime non sono solo i finiani di Futuro e Libertà e i parlamentari del Pd. Il sito internet del Pdl è invaso di messaggi di protesta di contribuenti «azzurri» . Il pressing sul governo è forte anche da parte della Confindustria, di Rete Imprese Italia, di tutti i sindacati, delle associazioni dei consumatori. E così al ministero dell’Economia studiano i nuovi correttivi, anche perché dal primo luglio prossimo le regole sulla riscossione, che già fanno tanto discutere, senza nuovi interventi diventeranno molto, molto più dure. Sospensive inefficaci Tra poco più di un mese gli atti di accertamento diventeranno immediatamente esecutivi. Si salta a piedi pari la procedura dell’iscrizione a ruolo (con relativa notifica e possibilità di ricorso) e i tempi tra l’emissione della cartella e l’obbligo di pagamento si riducono da oltre un anno (come succede oggi) ad appena 60 giorni. Naturalmente, come prevede il decreto del 2010, bisognerà pagare subito: tutto, o metà della somma se si presenta un ricorso. Un meccanismo che garantisce incassi sicuri allo Stato, tanto è vero che da quel provvedimento sono attesi 400 milioni di euro, per il bilancio del 2011, ma che suona come una vera e propria beffa per i contribuenti, visto che una volta fatto il ricorso, nel 41%dei casi (dato medio del 2010) la spuntano contro il fisco. Il governo ha tentato di metterci una pezza, introducendo con il decreto sviluppo la possibilità (finora esclusa) di presentare alle commissioni tributarie un’istanza per la sospensione dei pagamenti, ma per un massimo di 150 giorni. Un margine quasi ridicolo, considerati i tempi di lavoro dei giudici tributari, che per giunta non hanno preso affatto bene la decisione del governo. Secondo il presidente della Commissione di giustizia tributaria, Daniela Gobbi, il decreto determinerà «un aumento esponenziale» delle istanze di sospensione e «il forte congestionamento» delle Commissioni, che già lavorano male. Giustizia nel caos Se si aggiunge il non trascurabile fatto che per le udienze di sospensione i magistrati tributari non vengono pagati, si fa presto a capire le ragioni dello sciopero e del prevedibile caos che regnerà, tra qualche mese, nelle commissioni tributarie. Non bastassero il sottodimensionamento dei giudici (nel 2010 erano 3.731, quasi mille di meno dell’organico fissato per legge a 4.668 magistrati), l’enorme mole di lavoro (nel 2010 sono stati presentati 361 mila ricorsi e ne sono arrivati a giudizio 290 mila, per un valore complessivo di 14 miliardi di euro) e di arretrati (la Commissione tributaria centrale, il secondo grado di giudizio, ha esaminato nel 2010 53 mila ricorsi, ma gliene restano da affrontare ancora 209 mila). Un sistema che fa acqua da tutte le parti, dove però nessuno ha pensato, fin qui, di mettere le mani. Neanche per risolvere alla radice i conflitti di interessi che fioriscono nelle commissioni tributarie, dove siedono giudici che al tempo stesso esercitano l’attività di commercialista o di consulenza d’impresa. E non sono casi rari, se si pensa che l’anno scorso, quasi il 15%dei giudici in servizio, per l’esattezza 440, sono finiti sotto l’esame della commissione disciplinare (355 di loro proprio per non aver dichiarato attività potenzialmente conflittuali). Limiti agli interventi Neanche questa, tuttavia, sembra la volta buona per la riforma della giustizia tributaria. Sul tavolo del governo, tuttavia, ci sarebbero altri interventi «pesanti» , per rendere meno iniqua la riscossione delle imposte e migliorare il rapporto con i contribuenti: la non pignorabilità della prima casa di abitazione o del mezzo di lavoro dei contribuenti, la correlazione tra l’entità delle pretese del fisco ed i beni che possono essere sottoposti ai pignoramenti, la gradualità degli atti esecutivi. Senza compromettere il gettito, e nella speranza che, in attesa della riforma che dovrebbe semplificare, riordinare e ridurre l’imposizione fiscale, il «mal di tasse» non esploda in una vera e propria epidemia.

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