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Il governo studia la norma anti-Google

Farmacie, notai e assicurazioni al lavoro per fermare le norme sgradite In forse il decreto giochi che punta ad aumentare il prelievo su slot e sale bingo
Il governo pensa di introdurre una “link tax” sul modello spagnolo e così indurre gli aggregatori di notizie a pagare un compenso agli editori per ogni indicizzazione di articoli e notizie. La misura potrebbe comparire nel disegno di legge sulla concorrenza che arriverà domani in Consiglio dei ministri. E prevede per gli operatori Internet l’obbligo ad un accordo commerciale con gli editori, pena l’apertura di un contenzioso presso l’AgCom (l’Authority della comunicazione) oppure gestito direttamente dal dipartimento dell’editoria di Palazzo Chigi, prima che la tentata conciliazione si trasferisca in tribunale.
La questione è però spinosa. In Spagna la tassa zoppica. E non solo perché l’equo compenso ancora non è stato fissato. Ma soprattutto perché il re degli aggregatori, Google news (70 edizioni internazionali, 35 lingue) ha chiuso i battenti il giorno dopo la pubblicazione della legge, a metà dicembre, scusandosi con i navigatori con un «siamo incredibilmente tristi di annunciare» la sospensione della famosa rassegna stampa personalizzata, una prima mondiale. L’associazione spagnola degli editori ha chiesto al governo di mediare con il colosso americano. Ma al momento gli articoli possono essere recuperati solo passando per il motore di ricerca, non anche dall’aggregatore. «Non sarà una norma anti-Google», precisa chi lavora al dossier a Palazzo Chigi. Gli aggregatori in effetti sono diversi, vedremo quale sarà la soluzione finale.
Il Cdm di domani dovrà spegnere anche altri incendi, accesi dal ddl concorrenza. A partire dalla vendita di farmaci di fascia C che il governo vuole estendere alle parafarmacie («La liberalizzazione dei farmaci non determina abuso di medicinali, lo conferma anche l’Aifa», si sono difese ieri). Fedefarma e la lobby delle farmacie spingono però per lo stralcio delle norme. In fermento pure il settore elettrico, gli editori di libri (salterebbe il tetto massimo di sconto al 15%), le tlc (regole più semplici per cambiare operatore), notai, avvocati, compagnie assicurative.
L’arrivo del decreto legislativo sui giochi (uno dei tanti attuativi della delega fiscale) è invece in bilico. «Noi siamo pronti, ma cerchiamo ancora una verifica preventiva con gli operatori », spiega Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia. «In ogni caso, se ci sarà, lo slittamento non andrà oltre qualche giorno, una settimana al massimo». Il decreto alza la misura massima del prelievo erariale unico sulle slot (60%), videolottery (55%), scommesse (20%), sale bingo (42%). Riduce le macchinette di bar e tabacchi («tra 80 e 100 mila in meno dalle 350 mila esistenti», calcola Baretta), le confina in spazi dedicati poco visibili dall’esterno di almeno sette metri quadri, le vieta ai minorenni. Le 250 mila slot rimanenti saranno poi «trasformate in videolottery di nuova generazione, collegate al sistema centrale, ma con poste limitate nell’importo ». Sale anche la tassa sulla fortuna, il prelievo fiscale sulle vincite alle lotterie, dal 6 all’8%, da definire a partire da quale soglia di vincita (oggi 500 euro).
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