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Il governo stringe su Poste e Telecom

Poste e Telecom, il governo Letta stringe sui dossier. Domani pomeriggio il consiglio dei ministri esaminerà lo schema di cessione per privatizzare il gruppo postale guidato da Massimo Sarmi. Sul mercato, come anticipato dal Corriere , potrebbe finire entro il prossimo autunno una quota del 40%, con un 5% riservato ai 145.542 dipendenti. Mentre non è esclusa una successiva tranche del 20% di cui comunque il decreto non fa cenno. Parallelamente il presidente del Consiglio, Enrico Letta, non vuole tralasciare l’affaire Telecom. Il premier ieri ha incontrato direttamente il commissario Francesco Caio per definire gli ultimi particolari dell’atteso rapporto sullo stato della rete. Mentre l’amministratore delegato del gruppo telefonico, Marco Patuano, avrebbe incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi. In giro sarebbe stato visto anche l’ex presidente operativo di Telecom, Franco Bernabè, tornato da un viaggio nel Sud Est asiatico. Ormai la questione è politica anche perché Letta non vuole certo giungere al semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo (ora tocca alla Grecia ma dal 1 luglio passerà al governo italiano) senza un piano per colmare il gap che ci separa dagli obiettivi dell’Agenda 2020. Nel fine settimana dovrebbe terminare la fase di editing mentre la presentazione vera e propria dovrebbe avvenire giovedì prossimo in una conferenza stampa. Difficile che si parli di temi delicati come lo scorporo anche se non è escluso che il tema possa essere cavalcato dal segretario del Pd, Matteo Renzi.
Ma, dunque, extra governo.
Nel consiglio di domani l’esecutivo dovrebbe già dare il via libera al decreto per la privatizzazione di Poste italiane per la cui approvazione definitiva serviranno un paio di mesi mentre, contestualmente, il Tesoro avvierà l’iter per la predisposizione del prospetto informativo da depositare in Consob e in Borsa. Atteso anche il rinnovo della convenzione triennale con Cassa depositi e prestiti (scaduta nel 2013) a cui si aggiungerà quasi sicuramente l’allungamento a 5 anni del contratto di servizio postale. Il ricavato, che dovrebbe arrivare da una cessione in parte a investitori istituzionali e in parte sul mercato, sarà destinato alla riduzione del debito pubblico che, nell’ultimo Def (il Documento di economia e finanza), è stata calcolata per il 2014 in 12 miliardi di euro comprendendo anche le privatizzazioni di Sace, Stm Holding, Cdp Reti, Fincantieri, Grandi Stazioni ed Enav. Dalla vendita del 40% di Poste per l’anno in corso è atteso un ricavato di 6 miliardi di euro, supponendo così un valore complessivo del gruppo a circa 14 miliardi di euro. Ma sono cifre ancora «ballerine» che diventeranno più certe dopo la «due diligence» e la nomina dell’advisor finanziario del Tesoro che sarà affiancato da quello di fiducia delle Poste stesse. Poi partirà la vera battaglia: quella per definire il Global coordinator, dove le grandi banche d’affari entreranno in campo.
Gli ultimi dati certificati sul valore del gruppo risalgono al 2010, periodo dello swap del 35% di Poste dalla Cdp al Tesoro: in quel caso un rapporto di Deutsche Bank aveva valutato il gruppo a 10 miliardi di euro. Ma il lavoro del comitato tecnico dovrebbe definire l’extra valore legato alla contrattualizzazione dei rapporti con lo Stato e la stessa Cdp. Intanto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ieri si è augurato che il governo destini ai dipendenti delle Poste una quota (a sconto o gratuita non è ancora chiaro) fino al 10% come ha fatto Royal Mail. Il 51% dei dipendenti delle Poste ha una tessera Cisl.

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